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Sicurezza: da costo a opportunità

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Sicurezza: da costo a opportunità

È sicuramente importante individuare le voci di costo della sicurezza e della prevenzione. Non bisogna però sottovalutare i pregi di alcune pratiche virtuose come l’apprendimento “on the job”. Ecco il parere di un esperto del settore.

Per accedere al cantiere in piena sicurezza, i lavoratori devono essere sottoposti, a spese dell’azienda, a corsi di formazione, con un costo a persona che a volte è anche molto importante. Ciò rappresenta uno dei fattori di resistenza maggiori all’adozione di norme e pratiche di sicurezza e crea grossissimi alibi per una parte degli imprenditori, che cercano di sottrarsi agli obblighi di legge in molti modi, anche illeciti.

Come uscire dall’impasse e consentire alle imprese di risparmiare senza mettere a rischio l’incolumità dei lavoratori? Lo domandiamo a Damiano Romeo, amministratore unico di Romeo Safety Italia, società di servizi e consulenza nei settori della sicurezza sul lavoro. 

Perché la formazione in tema di sicurezza è diventato un vincolo così gravoso per le aziende?

«Innanzitutto è bene sottolineare che non è il costo dei corsi che incide sulla mancanza di formazione, quanto piuttosto il peso della mancata produzione. Soprattutto nel settore edile e impiantistico, dove ci sono moltissimi appalti e lo scenario è caratterizzato da date di consegna molto stringenti, le ore di assenza del personale impegnato nei corsi di formazione rappresentano l’elemento che più di altri mette sotto stress le imprese. La pubblicistica giuridica riporta infatti di centinaia e centinaia di casi di attestati di formazione falsi proprio perché le aziende sono in difficoltà nel concedersi tutte quelle ore necessarie per la formazione. Per le imprese, soprattutto quelle piccole, quell’assenza di risorse sul luogo di lavoro rappresenta sempre un mancato guadagno!». 

Sta dicendo che gli imprenditori sono un po’ in difficoltà. Ma allora come si risolve questo problema, solo con i controlli?

«A fronte di committenti sempre più esigenti, scadenze puntuali e ravvicinate, credo che bisognerebbe passare alla formazione “on the job”, dove il docente accompagna i lavoratori mentre producono, senza distoglierli dal loro impegno quotidiano. E quindi senza sospendere la produzione. 

È vero che c’è comunque un rallentamento della produzione, ma l’incidenza è davvero molto bassa, intorno al 10% per dipendente. I lavoratori avrebbero un grande giovamento e questo, oltretutto, accelererebbe anche i processi di apprendimento perché è molto forte il coinvolgimento dei partecipanti, che si sentono più responsabilizzati. 

Per fare formazione on the job c’è però bisogno di formatori molto capaci, non di semplici esperti d’aula. Questo è l’unico sistema che permetterebbe un notevole risparmio per le aziende e riuscirebbe a mettere d’accordo tutti».

E la normativa lo permette?

«Non è espressamente previsto, ma non è vietato. In alcuni ambienti di lavoro già si fanno corsi on the job con grande successo. E questa è una lacuna della normativa vigente, che dovrebbe affrontare meglio questa fattispecie entrando nel merito della formazione svolta attivamente durante il normale lavoro. Nella norma si parla invece genericamente di “addestramento”, che non è certamente un termine chiaro e dirimente. E in questo senso meriterebbe un approfondimento maggiore».

Crede che una selezione del personale ben fatta sia utile per arginare questa criticità?

«Assolutamente. Chi gestisce la selezione in questo settore deve conoscere e comprendere il settore, non solo da un punto di vista tecnico ma anche culturale.  Questo permette alle aziende di avere un supporto reale per inserire all’interno del proprio organico operatori qualificati e che possono contribuire a far crescere tutta la struttura, contribuendo a promuovere una cultura sana e basata sulla crescita e la formazione continua».

Il datore di lavoro spesso porta due cappelli. Oltre a fare l’imprenditore, svolge spesso anche la funzione di RSPP. E in questo doppio ruolo il datore di lavoro non si spende completamente nella prevenzione limitandosi a esercitare un’attività di controllo e di richiamo laddove è proprio necessario. Come si può risolvere questa problematica? 

«È vero, in questo doppio ruolo il concetto di sicurezza viene un po’ a mancare. Occorre però dire che questo fenomeno avviene soltanto nelle piccole aziende, mentre nelle medie e grandi aziende non è possibile per un motivo molto semplice. Per quanto riguarda il servizio di prevenzione, funzione di RSPP può infatti essere esercitata anche dal datore di lavoro solo se si tratta di aziende con un massimo di 30 dipendenti. Per quanto riguarda invece l’antincendio la soglia è quella di 5 dipendenti. Quindi un impresario che ha 3 dipendenti può fare l’addetto al pronto soccorso antincendio senza problemi. 

Ricordiamoci quindi che il mondo dell’edilizia è fatto per lo più da microimprese e che questa norma è stata voluta proprio per non mortificare il mondo della microimpresa, che altrimenti non sarebbe stata competitiva. Insomma, si è trattato di una soluzione di compromesso che ha permesso alle microimprese di contenere i costi, pena l’eliminazione drastica dal mercato. 

È sicuramente un’arma a doppio taglio, perché non c’è una terzietà nella decisione, e questo è un limite molto grave, perché riduce senz’altro le potenzialità delle normative in tema di sicurezza e prevenzione».

E negli altri Paesi che succede?

«Alcuni problemi sono abbastanza comuni a tutti i mercati, e molto dipende da come è frammentato il settore. Qui in Italia, soprattutto nell’edilizia, abbiamo una catena infinita di appalti e subappalti, e il numero delle imprese molto piccole è diventato elevatissimo. 

Una volta c’erano aziende che facevano un po’ tutto. Oggi invece la richiesta di maggior specializzazione ha reso le microimprese più caratterizzate rispetto a un tempo. E quindi accade che le esigenze della produzione, specialmente nei cantieri, impongano scadenze molto strette per l’intervento di singole squadre di lavoratori specializzati. Con tempi compartimentati per svolgere il proprio lavoro, e quindi con le conseguenze antipatiche e al limite della normativa a cui abbiamo accennato poco fa». 

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