Piano Casa: la legge c’è, ora servono le persone che lo costruiranno
Il 3 luglio 2026 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Legge n. 116/2026, che converte il Decreto-Legge n. 66 del 7 maggio: il Piano Casa è ufficialmente legge dello Stato. Dieci miliardi di euro mobilitati in dieci anni, obiettivo dichiarato di oltre 100.000 alloggi, circa 60.000 case popolari sfitte da recuperare.
E il 17 luglio, alla Conferenza Nazionale degli Ordini degli Architetti a Roma, il Commissario Straordinario Felice Squitieri ha fissato una data che riguarda direttamente chi lavora nei cantieri: i primi interventi partiranno tra gennaio e marzo 2027. “Anche prima di Natale, se si dimostreranno particolarmente bravi”, ha aggiunto.
Sei mesi. È il tempo che separa il settore dall’apertura dei primi cantieri di un programma decennale. Ed è qui che, secondo noi, vale la pena spostare lo sguardo: dal testo di legge alle squadre che dovranno realizzarlo.
Cosa prevede il Piano, in concreto
Il Piano si regge su tre pilastri, che ANCE ha ricostruito in una mappa dettagliata pubblicata il 7 luglio.
Il primo è il recupero del patrimonio pubblico: un programma straordinario finanziato con oltre 7 miliardi di euro complessivi per rimettere in funzione gli alloggi ERP inutilizzati e promuovere l’edilizia residenziale sociale. La regia è centralizzata: Invitalia come soggetto gestore e un Commissario straordinario, Squitieri, appunto, in carica fino al 31 dicembre 2027, a coordinare e accelerare gli interventi. È già partita la ricognizione straordinaria degli immobili pubblici non più utilizzati, e proprio in questi giorni è in programma un vertice al Ministero dell’Economia per mappare gli immobili statali da destinare alla rigenerazione.
Il secondo pilastro è il Fondo Housing Coesione, uno strumento finanziario gestito da Invimit SGR per incrementare l’offerta di alloggi ERP ed ERS.
Il terzo è l’edilizia integrata, pensata per attrarre capitali privati: almeno il 70% dell’investimento deve andare a edilizia convenzionata, con alloggi offerti a prezzi inferiori di almeno il 33% rispetto ai valori di mercato e un vincolo di destinazione d’uso di 30 anni. In cambio, semplificazioni: SCIA estesa alle ristrutturazioni urbanistiche e alla demolizione-ricostruzione, conferenze di servizi accelerate, deroghe urbanistiche e incrementi volumetrici. Con un dettaglio non da poco: le semplificazioni più forti del terzo pilastro valgono solo per i programmi di investimento sopra il miliardo di euro. Per gli interventi più piccoli resta la sola possibilità degli incrementi volumetrici.
Durante la conversione parlamentare la platea dei beneficiari si è allargata: oltre a giovani coppie, studenti e lavoratori fuori sede, sono entrati insegnanti, personale sanitario e forze dell’ordine. È invece uscito dal testo il “Patrimonio Casa” presso Cassa Depositi e Prestiti, che avrebbe dovuto canalizzare 1,2 miliardi di risorse PNRR verso l’housing sociale.
Le posizioni in campo
Il dibattito attorno al Piano è tutto tranne che pacificato.
Il Governo rivendica il risultato: la presidente Meloni ha commentato l’approvazione definitiva su LinkedIn con “Dalle parole ai fatti”, definendo il provvedimento un impegno mantenuto.
ANCE tiene una posizione costruttiva ma esigente. Secondo una simulazione presentata dall’associazione, il Piano potrebbe rendere l’abitazione accessibile al 20% di famiglie in più, ma serve, nelle parole della presidente uscente Federica Brancaccio, “un approccio flessibile per garantire interventi sostenibili per le imprese su tutto il territorio”, perché i rendimenti che funzionano a Milano non funzionano ovunque. E il 18 luglio il nuovo presidente Antonio Ciucci, sul Corriere della Sera, ha rimesso in fila le priorità: alleviare la morsa del caro materiali, semplificare le norme per attuare il Piano Casa, garantire un quadro stabile di incentivi per la riqualificazione energetica e sismica.
Sul fronte opposto, sindacati degli inquilini (Sunia, Sicet, Uniat, Unione Inquilini) e opposizioni giudicano il Piano inadeguato rispetto a una crisi abitativa ormai strutturale. La contestazione più concreta riguarda i numeri del primo pilastro operativo: 970 milioni per il periodo 2026-2030 destinati al programma straordinario ERP, circa 194 milioni sul 2026, mentre secondo Federcasa recuperare un solo alloggio popolare costa in media tra i 20 e i 25 mila euro. Altro punto critico: la possibilità di alienare parte del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, che per i sindacati rischia di ridurre proprio quel patrimonio che si vorrebbe rilanciare.
E poi c’è il nodo che accomuna sostenitori e critici: l’attuazione. Il Sole 24 Ore ha contato 22 passaggi tra commissari, intese e decreti attuativi necessari per rendere il Piano pienamente operativo. La legge è scritta; la partita vera si gioca nei prossimi mesi.
Nel frattempo le Regioni si muovono: il 20 luglio la Campania ha presentato HO.P.E., il proprio piano per le politiche abitative da 245 milioni di euro su fondi FESR. Segno che il tema casa sta diventando un cantiere istituzionale a più livelli, con tutte le esigenze di coordinamento che questo comporta.
Il punto che interessa di più a noi: chi lo costruisce?
Nel dibattito pubblico si parla di miliardi, pilastri, commissari e decreti. Si parla molto meno di una domanda che per noi, che lavoriamo ogni giorno con imprese e professionisti del settore, è quella decisiva: con quali persone si realizzeranno questi interventi?
Il Piano Casa arriva in un momento particolare. I cantieri del PNRR sono nella fase di completamento e le imprese si stanno già chiedendo cosa verrà dopo. Il caro materiali comprime i margini e rende ogni commessa pubblica più delicata da gestire. E il settore continua a fare i conti con una carenza cronica di figure tecniche e operative qualificate.
Se i primi cantieri apriranno davvero tra gennaio e marzo 2027, le imprese che vorranno partecipare ai programmi del Piano dovranno arrivarci con le squadre già strutturate. Parliamo di figure precise: responsabili di commessa capaci di gestire interventi di recupero su patrimonio pubblico, con tutte le complessità di convenzioni, vincoli e rendicontazione che comportano; capi cantiere esperti di ristrutturazione e demolizione-ricostruzione, che è un mestiere diverso dal nuovo; geometri e tecnici di cantiere che sappiano muoversi tra SCIA, conferenze di servizi e varianti; preventivisti in grado di far stare in piedi commesse con prezzi calmierati e vincoli trentennali, in un contesto di costi dei materiali instabili.
E il fabbisogno non riguarda solo le imprese. Anche i Comuni e gli ex IACP, che saranno soggetti attuatori di buona parte del primo pilastro, avranno bisogno di competenze tecniche per stipulare convenzioni, affidare appalti e seguire i lavori. Uno dei rischi più citati dagli osservatori è proprio che gli enti locali non abbiano le strutture per reggere il ritmo che il Commissario vuole imporre.
C’è infine il tema del recupero come specializzazione. Il Piano Casa è, nella sostanza, un gigantesco programma di riqualificazione dell’esistente: alloggi sfitti da ripristinare, immobili pubblici da riconvertire, quartieri da rigenerare. Le competenze richieste, diagnosi dello stato di fatto, gestione delle interferenze, efficientamento energetico, adeguamento sismico, sono quelle su cui il mercato del lavoro edile è già oggi più corto.
Sei mesi per prepararsi
La nostra lettura è questa: comunque la si pensi sull’adeguatezza delle risorse, il Piano Casa metterà in moto una domanda di lavoro tecnico e operativo concentrata nel tempo e distribuita su tutto il territorio, con un’accelerazione attesa tra fine 2026 e il 2027. Le imprese che inizieranno ora a mappare i propri fabbisogni di organico, e i professionisti che sceglieranno di specializzarsi sul recupero e sulla rigenerazione, arriveranno all’apertura dei cantieri con un vantaggio concreto.
La legge, come si è detto in queste settimane, è scritta. I decreti attuativi diranno se l’impianto reggerà. Ma le squadre, quelle, non si scrivono per decreto: si costruiscono per tempo.
E voi come vi state preparando? Le vostre imprese hanno già le figure necessarie per candidarsi ai programmi del Piano, o il tema dell’organico rischia di diventare il vero collo di bottiglia?
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