Le Olimpiadi sono iniziate. Ma le opere e i lavori non sono finiti.
I Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026 sono ufficialmente iniziati.
Le luci sono accese, le gare partite, l’Italia è sotto gli occhi del mondo.
Eppure, mentre gli atleti competono, una parte significativa delle opere previste per queste Olimpiadi è ancora incompiuta, rimandata o semplicemente rinviata a “dopo”. È l’ennesima manifestazione di un problema strutturale che nel nostro Paese conosciamo fin troppo bene: la sindrome del cantiere infinito.

Stato dell’arte: cosa è pronto (e cosa no)
Alla data di apertura dei Giochi, solo il 40,8% delle opere complessive risulta completato.
Gli impianti sportivi – le venue – sono operativi, ma in diversi casi grazie a:
- accelerazioni dell’ultima ora
- soluzioni temporanee
- rimodulazioni progettuali pensate più per “far partire l’evento” che per durare nel tempo
Il vero problema riguarda le infrastrutture. Il 27,6% di strade, varianti e collegamenti ferroviari è ancora fermo tra progettazione e gara, mentre una parte consistente è stata ufficialmente classificata come opera legacy.
Traduzione: non serviranno ai Giochi, ma, nelle intenzioni, ai territori dal 2027 al 2033.
Il paradosso è evidente: abbiamo opere già contrattualizzate che verranno consegnate dopo la chiusura delle Olimpiadi.
Milano-Cortina è iniziata. I cantieri, no.
Perché succede (ancora) in Italia
Non è un problema di competenze. Le imprese italiane realizzano infrastrutture complesse in tutto il mondo. Il nodo è un altro, ed è strutturale.
1. Iper-burocrazia e passaggi decisionali
Un’opera pubblica italiana attraversa decine di enti prima del primo scavo. La Conferenza dei Servizi, nata per semplificare, si trasforma spesso in un imbuto di veti incrociati e rallentamenti.
2. Il ricorso sistematico al “Commissario”
In Italia l’ordinario viene gestito come emergenza. Si pianifica poco e si accelera solo quando è troppo tardi, scavalcando regole che noi stessi abbiamo costruito.
3. Un Codice Appalti instabile
Negli ultimi dieci anni le norme sono cambiate più volte. Risultato: incertezza giuridica, rallentamenti, contenziosi e cantieri che partono con una legge e finiscono con un’altra.
Le Olimpiadi dovrebbero essere il traguardo di una programmazione, non la giustificazione per correre all’ultimo secondo.
Siamo davvero i peggiori? Il confronto internazionale
Le Olimpiadi sono mega-progetti e quasi nessuno rispetta tempi e budget. A livello globale, il superamento medio dei costi è del 172%.
Ma non tutti falliscono allo stesso modo.
| Olimpiade | Situazione cantieri | Esito |
| Parigi 2024 | 95% infrastrutture già esistenti o temporanee | Pochi ritardi perché si è costruito pochissimo |
| Tokyo 2020 | Ritardi limitati | Consegnato quasi tutto in tempo, nonostante la pandemia |
| Atene 2004 | Cantieri fino all’ultimo giorno | Emergenza continua e opere poi abbandonate |
| Sochi 2014 | Tutto pronto in tempo | Costi esplosi del 289% |
L’Italia non è l’unica ad arrivare tardi.
È però una delle poche a trasformare sistematicamente i grandi eventi in promesse rimandate.
Perché Milano-Cortina non ha finito i lavori
Oltre alla burocrazia, i report della Corte dei Conti evidenziano tre cause tecniche decisive.
Sottostima dei costi e inflazione
Molti progetti sono nati prima dell’aumento dei prezzi delle materie prime (2022-2024). Le revisioni prezzi hanno rallentato finanziamenti e cantieri.
Complessità orografica
Costruire in alta montagna significa convivere con frane, vincoli idrogeologici e condizioni estreme. Un imprevisto può bloccare un cantiere per mesi.
Il fattore NIMBY (“Sindaco del No”)
Il consenso locale pesa moltissimo. Le opposizioni territoriali su varianti e infrastrutture hanno allungato i tempi fino a rendere impossibile la consegna entro il 2026.
La lezione (amara) delle Olimpiadi
In Italia il tempo del fare è sempre molto più breve del tempo del decidere.
Milano-Cortina 2026 non crea questo problema: lo rende visibile, mentre l’evento è già iniziato.
Le gare finiranno, le medaglie resteranno.
I cantieri, invece, continueranno.
E finché non cambieremo il modo in cui progettiamo, autorizziamo e governiamo le opere pubbliche, continueremo a chiamare legacy ciò che, in realtà, è solo un ritardo rimandato al prossimo evento.