Se le risorse sono sempre più scarse, i rischi sono in aumento: manodopera e sicurezza al bivio nell’edilizia italiana

Negli ultimi anni l’edilizia in Italia ha affrontato sfide enormi: l’aumento dei costi delle materie prime, l’energia, i ritardi burocratici. In questo contesto, molte imprese, specie quelle piccole o medie, si trovano a dover fare scelte difficili sul dove tagliare.

E il rischio, troppo spesso, è che tra gli ambiti sacrificati ci sono la sicurezza del lavoro e il benessere della manodopera. Questo articolo esplora se davvero ciò accade, che conseguenze ha, e cosa fare per evitare che il costo sia il prezzo della vita e della dignità sul posto di lavoro.

Le prove e i numeri
Il settore edile resta uno dei più colpiti dagli infortuni sul lavoro. Nel 2023, le denunce di infortunio nelle Costruzioni sono state 43.480, in calo del 2,6% rispetto al 2022, ma con 202 casi mortali.
– Si evidenzia un leggero aumento degli infortuni nel 2022, collegato anche all’incremento dell’attività (più cantieri, più lavoro) dopo le misure di stimolo e incentivi.
– D’altra parte, ci sono tagli ai finanziamenti pubblici per infrastrutture, progettazioni per la sicurezza di edifici e territorio, messa in sicurezza di strade. Questi tagli riducono le risorse disponibili non solo per i lavori nuovi ma anche per la manutenzione e per i controlli.


Manodopera e sicurezza: perché il nesso è diretto

Quando i margini si assottigliano, ciò che “non si vede” viene spesso sacrificato: ore di formazione, DPI adeguati e sostituiti con regolarità, figure di supervisione presenti e autorevoli, manutenzioni preventive anziché correttive. Eppure la normativa spinge nella direzione opposta: il D.Lgs. 36/2023 impone di esplicitare nei contratti d’appalto i costi della manodopera e della sicurezza come voci autonome, non ribassabili. Il legislatore sa che la tentazione di limare qui è forte; trasformare queste spese in “costi minimi inderogabili” non è un vezzo, è un argine.

Le conseguenze, dentro e fuori il cantiere

Ogni euro tolto alla prevenzione presenta il conto: più infortuni gravi o mortali, più fermi cantiere, assenze prolungate, contenziosi e premi assicurativi che lievitano. A farne le spese non è solo il bilancio, ma anche la reputazione di filiera e l’attrattività del settore. Perché un giovane dovrebbe entrare in un mestiere percepito come rischioso e poco tutelante? La perdita di appeal si traduce in scarsità di manodopera qualificata e in un “costo occulto” che cresce: meno scelta, salari da alzare per compensare lo stigma, produttività che rallenta.

Le difficoltà reali (e come affrontarle)

Misurare in modo trasparente quanto si investe davvero in sicurezza non è banale: servono bilanci leggibili, bandi chiari, tracciabilità dei costi e dei contratti di subappalto. Non tutte le imprese tagliano: ce ne sono molte che rispettano gli standard, spesso con fatica, e che però si scontrano con concorrenza sleale e gare impostate sul massimo ribasso. Inoltre, gli infortuni non dipendono da un’unica variabile: incidono formazione insufficiente, turnazioni, stress, personale inesperto messo troppo presto su attività critiche, controlli non omogenei sul territorio. È un ecosistema: o sale tutto insieme, o l’anello debole cede.

Cosa fare, davvero

La via d’uscita non è un decalogo di buone intenzioni, ma un patto operativo tra imprese, stazioni appaltanti e lavoratori.

Sul piano delle regole, occorre continuare a blindare i costi della sicurezza e della manodopera nei bandi, vietandone il ribasso e imponendo una reale trasparenza di filiera (anche nei subappalti). I controlli devono essere mirati e intelligenti: meno burocrazia fine a sé stessa, più verifiche su ciò che conta (piani, dotazioni, formazione effettivamente svolta, manutenzioni documentate).

Sul piano economico, servono leve che premino i comportamenti virtuosi: incentivi fiscali per chi investe in formazione continua, manutenzione preventiva e tecnologie di prevenzione; sconti assicurativi legati a KPI di sicurezza misurabili; accesso preferenziale alle gare per chi certifica processi e risultati, non solo documenti.

Sul piano organizzativo, la formazione va pensata come un flusso, non come un check iniziale: aggiornamenti brevi e frequenti in cantiere, affiancamento dei neoassunti, esercitazioni su casi reali, briefing di sicurezza all’apertura giornaliera dei lavori. La supervisione deve essere presente, competente e con potere decisionale: senza autorità, le procedure restano carta.

Sul piano culturale, la sicurezza deve entrare nei tempi e nei prezzi. Un cronoprogramma che non prevede pause, manutenzioni e briefing è già un fattore di rischio. Parlare apertamente di near-miss, premiare le segnalazioni e non “colpevolizzare” l’errore costruisce fiducia. Quando gli operai e le operaie vengono coinvolti nell’analisi dei rischi, emergono criticità che sulla carta non si vedono.

Women at Work — Bruna Lleshi, ingegnere in prima linea a Orio al Serio

A tre anni dalla laurea, Bruna segue uno dei cantieri più interessanti d’Italia con Gencantieri: impianti, sostenibilità, meetings con la Direzione Lavori e una lezione chiara sul merito in cantiere.

L’odore del calcestruzzo fresco, i ferri sagomati che prendono forma, i solai che si gettano uno dopo l’altro. Nel cantiere del nuovo hotel accanto all’aeroporto di Orio al Serio (BG), Bruna Lleshi si muove con la sicurezza di chi ha studiato molto e, soprattutto, ha imparato a mettere a terra la teoria. È un ingegnere dell’ufficio tecnico in Gencantieri e, nonostante la giovane età, ha già il privilegio raro di vedere un’opera “dallo scavo alla consegna”. Qui ci racconta com’è crescere professionalmente dentro un progetto grande, complesso e strategico per il territorio, e cosa significa farlo da donna, in un ambiente dove — quando funziona — conta soltanto la competenza.

Perché ne parliamo

L’intervista — Alice per Bruna

Alice: Ci puoi raccontare un po’ di te? Chi sei e qual è il tuo ruolo in questo cantiere?
Bruna: Sono un’ingegnere dell’ufficio tecnico in Gencantieri e qui seguo il progetto del nuovo hotel a Orio al Serio. Il cantiere l’ho visto nascere: quando sono arrivata era “un buco” nel terreno; oggi osserviamo carpenterie, getti dei solai, il susseguirsi di tutte le lavorazioni. Ogni settimana mi confronto direttamente con la Direzione Lavori: è un ambiente aperto al dialogo, formale quando serve e informale quando aiuta a far avanzare le cose. Questo per me è stato ed è un acceleratore incredibile: non solo pezzi di progetto, ma l’intero processo costruttivo.

Alice: Lavorare su un progetto così importante, cosa ti sta dando a livello professionale?

Bruna: È un’opera grande e strategica. Noi stiamo seguendo la costruzione dell’hotel all’interno del nuovo Centro Servizi dell’aeroporto di Orio al Serio: sei piani, circa 10.000 m² e 180 camere (brand Hilton Garden Inn), con un investimento di ~30 milioni di euro e consegna prevista fine 2026. In quest’area c’è un forte fermento: avanzano anche i lavori del collegamento ferroviario Bergamo–Orio, con stazione a raso a 4 binari collegata al terminal da un finger sotterraneo; a regime è previsto un treno ogni 10 minuti (circa 10’ per Bergamo e ~60’ per Milano), timeline anch’essa verso fine 2026. Questo ecosistema — che muove milioni di passeggeri l’anno — alza l’asticella del coordinamento tra opere civili e impianti e moltiplica le interfacce con istituzioni e stakeholder. Per me è crescita a 360°: seguo la filiera dal DURC agli “as built”, e ho visto dal vivo lavorazioni che all’università erano solo su slide — dal ferraiolo che piega il ferro alla messa in opera in carpenteria. Mettere occhi e mani su questi passaggi cambia il modo in cui progetti e controlli.

Alice: Da tecnica di ufficio tecnico: quale area segui nello specifico?
Bruna: Mi occupo di certificazioni e sostenibilità del progetto e, in particolare, seguo l’impiantistica. Questo vuol dire: coordinare i costruttivi con i subappaltatori, studiare i materiali e verificarne le caratteristiche, allinearle alle richieste di progetto e della Direzione Lavori. Siamo due assistenti: io presidio di più la parte MEP, l’altro collega segue maggiormente le opere civili. Ma lavoriamo con una visione d’insieme: in cantiere le interfacce sono tutto.

Alice: Cosa significa per te, come donna, entrare in un progetto così grande e farne parte?
Bruna: È una conquista. All’università eravamo circa una su tre nei corsi di Ingegneria, e all’inizio temevo gli stereotipi. Qui, però, ho trovato un contesto in cui il giudizio è sul merito: se dici una cosa corretta o una “cantonata” dipende dai calcoli, non dal genere. Questo mi ha aiutata a capire come pormi con tutti — dall’operaio alla direzione lavori, fino al cliente — e a crescere in sicurezza professionale.

Alice: Com’è stato per te l’inserimento in Gencantieri, anche con il nostro supporto?
Bruna: Mi ha fatto la differenza sentirmi seguita davvero. Con te, Alice, non era solo fissare un incontro, ma anche un “come va?” al momento giusto. E le parole di Vittorio sull’importanza di fare esperienza mi hanno dato fiducia quando, all’inizio, mi mancava un po’ di autostima. Io sono convinta che le persone non vadano lasciate allo sbaraglio: quando vedo che qualcuno ti accompagna nel modo in cui cerco di fare io, lo apprezzo moltissimo.

Cosa fa (davvero) un ingegnere d’ufficio tecnico in cantiere

  • Coordinamento impiantistico (MEP): costruttivi, interferenze, scelte materiali, verifiche di conformità.
  • Sostenibilità e certificazioni: requisiti, tracciabilità, documentazione.
  • Interfaccia con DL e subappaltatori: riunioni periodiche, allineamento avanzamento, gestione non conformità.
  • Controllo qualità e “as built”: dal DURC all’elaborato di fine lavori, per consegnare un’opera verificata e documentata.

Perché conta: vedere l’intero ciclo vita dell’opera — non solo “micro-lotti” — costruisce ingegneri completi, capaci di leggere il progetto sul terreno e non solo sulla carta.

Approfondimento — Il cantiere di Orio al Serio

Nuovo hotel a ridosso dell’aeroporto di Orio al Serio, in un nodo infrastrutturale dove convergono interessi pubblici e privati. Il progetto dialoga con la mobilità del territorio e con sviluppi ferroviari in corso. In questo contesto, la regia di cantiere richiede sincronizzazione fine tra opere civili e impianti, processi autorizzativi chiari e un rapporto costante con la Direzione Lavori. È il tipo di progetto che forma — e misura — le persone.

Cosa ci portiamo a casa

  • Merito prima di tutto: quando la cultura del cantiere è sana, la variabile che conta è la competenza.
  • Formazione “on site”: mettere insieme testa e mani vale più di mille slide.
  • Visione di sistema: impianti, strutture, forniture, documenti — tutto è interfaccia.
  • People care: onboarding e vicinanza fanno crescere le persone più in fretta (e meglio).

Grazie, Bruna: il tuo percorso è la prova che il settore costruzioni cresce quando apre spazio ai talenti e li accompagna sul campo.

Se sei un’azienda che cerca profili tecnici pronti a stare in cantiere, o una professionista che vuole mettere a terra il proprio talento: GeoJob Recruitment ti aiuta a trovare la squadra giusta e il progetto che fa per te.

Piano Casa e crisi abitativa: facciamo il punto (senza slogan)


Aggiornato al 12 settembre 2025

L’emergenza abitativa non è più un tema da convegni: riguarda la vita quotidiana di giovani, famiglie e lavoratori nelle città dove affitti e prezzi d’acquisto sono diventati inaccessibili. Nelle scorse settimane la Premier Giorgia Meloni ha rilanciato l’idea di un “grande Piano Casa a prezzi calmierati” per giovani coppie e ceto medio. Annuncio forte, ma dettagli normativi e risorse operative non sono ancora pubblici.

Perché ne parliamo

Ne parliamo perché la casa è tornata a decidere dove studiare, lavorare e mettere su famiglia. In molte città italiane i canoni d’affitto e i prezzi d’acquisto crescono più velocemente dei redditi, mentre tassi e condizioni del credito rendono più difficile l’accesso al mutuo proprio alle fasce che dovremmo favorire. 

L’offerta di abitazioni a prezzi sostenibili resta insufficiente: l’ERP sconta anni di sottoinvestimenti e alloggi non assegnati, il social housing procede a macchia di leopardo, e il canone concordato fatica a scalare nei quartieri dove domanda e pressione turistica o studentesca sono più alte. A ciò si sommano tempi lunghi per autorizzazioni e rigenerazioni, costi di costruzione in rialzo e un evidente mismatch territoriale: nelle aree dinamiche c’è lavoro ma mancano case accessibili, nelle aree interne accade spesso l’opposto. 

Gli strumenti oggi attivi—garanzie sui mutui, fondi emergenziali per gli affitti—sono utili ma parziali: attenuano gli effetti, non le cause. Per questo servono interventi stabili e strutturali che sblocchino il patrimonio esistente, aumentino l’offerta a canone calmierato e leghino le politiche abitative alla geografia reale del lavoro e dei servizi.

Cosa c’è oggi di concreto (e cosa manca)

Prima di parlare di misure, serve capire a che punto è il “contenitore” regolatorio. Il cosiddetto Piano Casa Italia è stato annunciato come cornice pluriennale per coordinare interventi su ERP, social housing e rigenerazione. La sua attuazione concreta è demandata a un DPCM: un atto del Governo che deve specificare chi fa cosa, con quali risorse, secondo quali priorità, e con quali tempi e indicatori. Finché questo tassello non esce, Regioni e Comuni non hanno una guida univoca per programmare bandi, cantieri e riparti: si lavora con strumenti esistenti e misure spot, ma la strategia resta pre-attuativa.

  • In manovra è prevista l’impostazione di un Piano Casa Italia con regole attuative tramite DPCM.
  • Ad oggi siamo in fase pre-attuativa: si attendono governance, cronoprogrammi e riparti.

Strumenti operativi già attivi

Nell’attesa del DPCM, alcune leve sono già utilizzabili e possono fare la differenza in situazioni specifiche. Non risolvono l’emergenza da sole, ma aiutano l’accesso (ai mutui) e tamponano le fragilità (negli affitti). È importante conoscerne finalità, limiti e platee per usarle davvero bene sul territorio.

  • Fondo Garanzia Prima Casa (CONSAP): prorogato; è la leva più immediata per l’accesso al mutuo di giovani/under 36 e categorie prioritarie. Non riduce i prezzi delle case, ma abbassa la barriera al creditoaumentando la quota garantita e facilitando l’erogazione.
  • Fondo per la morosità incolpevole: rifinanziato per gestire le emergenze sugli affitti (perdita del lavoro, riduzione del reddito, eventi imprevisti). Funziona come paracadute temporaneo per evitare sfratti, ma non sostituisce politiche strutturali sull’offerta (ERP, social housing, canone concordato).

La fotografia della crisi

ANCE (pres. Federica Brancaccio) chiede un vero Piano Casa: l’emergenza riguarda oltre 1,5 milioni di famiglie. Il nodo è il mismatch: dove ci sono case accessibili manca il lavoro, dove c’è lavoro le case non si trovano.

ERP: alloggi pubblici e recupero del patrimonio

  • Patrimonio ERP stimato in ~770–800 mila alloggi.
  • Alloggi vuoti/non assegnati: decine di migliaia, da recuperare e rimettere in circolo con priorità e KPI pubblici.

Giovani e famiglie: cosa cambia davvero adesso

  • Mutui: con CONSAP restano attivabili garanzie elevate che facilitano l’ingresso al mercato per chi ha redditi medio-bassi.
  • Affitti: il Fondo morosità aiuta i casi fragili, ma serve un Fondo affitti stabile e soprattutto nuova offerta a canone concordato e social housing.

Dal dire al fare: 5 priorità

  1. Attuare il Piano Casa Italia: pubblicare il DPCM, definire governance, criteri omogenei e iter snelli (PPP, rigenerazione, progetti pilota).
  2. Sbloccare gli alloggi ERP inutilizzati: piani regionali di recupero/assegnazione con cronoprogramma e trasparenza dei dati.
  3. Aumentare l’offerta a prezzi sostenibili: spinta a canone concordato e housing sociale nelle aree a forte domanda (poli universitari, sanitari, industriali).
  4. Allineare casa e lavoro: nuove realizzazioni dove si crea occupazione, non solo dove il suolo costa meno.
  5. Stabilità finanziaria: passare da fondi emergenziali a programmi pluriennali su ERP e social housing.

Oggi convivono annunci e strumenti parziali. La domanda di case accessibili supera l’offerta pubblica e sociale, mentre i redditi non tengono il passo con i prezzi nelle aree dinamiche del Paese.
Il passaggio chiave è l’attuazione: senza DPCM, cantieri e recuperi, il Piano Casa rischia di restare uno slogan. Con governance, risorse e tempi certi, può diventare una politica industriale dell’abitare capace di ridurre il divario tra mercato immobiliare e realtà lavorativa.