Il 28 luglio 2026, alle 10:35, a 1.400 metri di profondità sotto il Passo del Brennero, un escavatore con martello demolitore ha abbattuto gli ultimi centimetri di roccia. Dall’altra parte c’erano i colleghi italiani. Strette di mano, abbracci, scambi di doni. Per la prima volta nella storia, Italia e Austria sono unite da due gallerie ferroviarie continue scavate sotto le Alpi.
Diciannove anni di scavi. Oltre 10 miliardi di euro. Eppure di questo cantiere, il più grande d’Europa, si è parlato forse troppo poco.
Un’idea vecchia quasi due secoli
La prima proposta di un tunnel sotto il Brennero risale al 1847, firmata dall’ingegnere Giovanni Qualizza. Non se ne fece nulla: tra il 1860 e il 1867 venne costruita la linea storica del valico, un capolavoro per l’epoca, ma con un limite strutturale che ci portiamo dietro da 160 anni. Pendenze fino al 26 per mille (si scende o si sale di 26 metri ogni mille metri), curve strette, velocità ridotte. Per il trasporto merci su rotaia, un handicap che ha regalato all’autostrada A22 decenni di Tir in colonna.
L’idea moderna prende forma negli anni Novanta, quando il corridoio del Brennero entra nelle reti transeuropee di trasporto. La svolta è il 30 aprile 2004: Italia e Austria firmano l’Accordo di Stato per la costruzione della Galleria di Base del Brennero e nasce BBT SE, la società binazionale con sedi a Bolzano e Innsbruck che guiderà l’opera.
2007: si scava. E non succede quello che tutti si aspettavano
L’estate del 2007 segna l’avvio dei lavori con il cunicolo esplorativo di Aica, in Valle Isarco. Sono gli stessi anni in cui, poche centinaia di chilometri più a ovest, la Val di Susa brucia: il movimento No TAV contro la Torino-Lione riempie le cronache di scontri, presidi, cariche della polizia.
Al Brennero, niente di tutto questo.
Non perché mancassero le ragioni per discutere: un’opera da miliardi che attraversa valli abitate, milioni di metri cubi di smarino da collocare, anni di cantieri sotto casa. Le criticità c’erano e ci sono ancora. In Baviera, agricoltori e residenti hanno manifestato per mesi contro le tratte d’accesso, ritardando i lavori sul versante tedesco. A Trento, i comitati contro la circonvallazione ferroviaria protestano ancora oggi su vibrazioni, rumore e transito di merci pericolose. La Corte dei conti europea ha messo l’opera sotto esame due volte: nella relazione del 2020 sulle infrastrutture-faro e nell’aggiornamento del gennaio 2026, secondo cui i costi della galleria sono lievitati del 40% rispetto alle stime iniziali e l’apertura al 2032, la data “più ottimistica”, arriva con 16 anni di ritardo sui primi calendari. E in Valle Padaster, sul versante austriaco, il materiale di scavo ha creato quello che per volume è oggi il più grande deposito di smarino dell’Unione europea, con la promessa, tutta da verificare nei prossimi anni, di una completa rinaturalizzazione.
Eppure la Valle Isarco non è diventata la Val di Susa. In Alto Adige il fenomeno Nimby, sul tunnel, semplicemente non ha attecchito. Alle giornate delle porte aperte di BBT sono arrivate fino a 10.000 persone in un anno. I cantieri di Mules e Fortezza vengono visitati da scolaresche, professionisti e delegazioni da tutto il mondo.
La differenza l’ha fatta il metodo: un Osservatorio ambientale attivo dal 2007, opere di compensazione negoziate con i Comuni, la produzione dei conci di rivestimento fatta in loco per tagliare i trasporti su strada, il materiale di scavo riutilizzato per il calcestruzzo. E un principio ripetuto per anni dai vertici del progetto: un’opera così si realizza solo insieme alla popolazione e ai governi locali, non imposta da Roma, Vienna o Bruxelles.
Per chi lavora nel settore delle costruzioni, questa è la vera lezione del Brennero: il consenso non è un ostacolo da aggirare, è un pezzo del progetto. E si costruisce come si costruisce una galleria, con anni di lavoro paziente, prima che parta il primo scavo.
Dentro la montagna: il cantiere come non lo raccontano
Nel 2011 partono le gallerie principali. Il sistema che prende forma è enorme: circa 230 chilometri di gallerie e cunicoli complessivi, per un tunnel che tra Fortezza e Innsbruck misurerà 55 chilometri, 64 contando la circonvallazione di Innsbruck. Al completamento sarà la galleria ferroviaria più lunga del mondo, davanti al Gottardo e al tunnel della Manica.
Sul versante italiano scavano le frese meccaniche, le TBM battezzate Virginia e Flavia, che dal cantiere di Mules avanzano verso nord macinando gneiss, una roccia durissima, con temperature che in profondità toccano i 30 gradi. Sul versante austriaco si procede con il metodo tradizionale, tramite esplosivo. Due scuole di scavo, due culture tecniche, un unico punto d’incontro da centrare con uno scostamento di pochi centimetri dopo chilometri di avanzamento al buio. Al primo abbattimento transfrontaliero, quello del cunicolo esplorativo del 18 settembre 2025, celebrato alla presenza della premier Meloni e del cancelliere austriaco Stocker, l’errore misurato fu appunto di pochi centimetri.
E poi ci sono le persone. Nel 2020 i lavoratori sul versante italiano erano circa 1.200: oltre 850 a Mules, circa 350 al sottoattraversamento dell’Isarco. In cantiere si parlano undici lingue. Minatori calabresi, tecnici austriaci, imprese lombarde, subappaltatori altoatesini: una Babele operativa che da vent’anni funziona, turno dopo turno, a più di mille metri sotto la montagna. Quando i giornali titolano “Italia e Austria unite sotto le Alpi”, l’unione l’hanno fatta loro.
I conti, senza sconti
Il costo a vita intera dell’opera, aggiornato a gennaio 2023, è di 10,535 miliardi di euro, contro stime iniziali sotto i 9 miliardi. Il finanziamento è coperto al 50% dall’Unione europea, con Italia e Austria che si dividono il resto; la quota italiana vale circa 5,3 miliardi. Ad agosto 2026 il CIPESS ha approvato il quinto dei sei lotti costruttivi, circa 456,8 milioni di quota italiana per le ultime opere civili, prima del sesto e ultimo lotto dedicato all’attrezzaggio ferroviario, e ha confermato la data di entrata in esercizio: ottobre 2032.
Quel giorno, il viaggio Fortezza-Innsbruck passerà da 80 a 25 minuti, con treni fino a 250 km/h e, soprattutto, la possibilità concreta di spostare le merci dalla A22 alla rotaia. Non è un dettaglio: il 30 maggio 2026 quattromila cittadini tirolesi hanno bloccato l’autostrada del Brennero per protestare contro il traffico pesante. La pressione per il cambio modale, in quella valle, non è teoria.
Cosa resta, oltre alla galleria
Restano sei anni di lavori per l’attrezzaggio ferroviario e le tratte d’accesso. Restano interrogativi legittimi sui costi e sull’impatto ambientale, che meritano monitoraggio e non retorica. E resta un precedente che il settore delle costruzioni italiano dovrebbe studiare: un mega-cantiere ventennale portato avanti senza scontri con il territorio, con migliaia di lavoratori di undici nazionalità e un consenso costruito prima ancora della galleria.
Nel dibattito sulle grandi opere, in Italia, di solito ci dividiamo tra chi le vuole tutte e chi non ne vuole nessuna. Il Brennero suggerisce una terza via: contano meno le opere in sé, conta di più come le si fa.
E voi che lavorate nei cantieri, nelle imprese, nella progettazione: quanto pesa davvero il rapporto con il territorio nella riuscita di un’opera? Ne avete esperienza diretta?
Il 3 luglio 2026 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Legge n. 116/2026, che converte il Decreto-Legge n. 66 del 7 maggio: il Piano Casa è ufficialmente legge dello Stato. Dieci miliardi di euro mobilitati in dieci anni, obiettivo dichiarato di oltre 100.000 alloggi, circa 60.000 case popolari sfitte da recuperare.
E il 17 luglio, alla Conferenza Nazionale degli Ordini degli Architetti a Roma, il Commissario Straordinario Felice Squitieri ha fissato una data che riguarda direttamente chi lavora nei cantieri: i primi interventi partiranno tra gennaio e marzo 2027. “Anche prima di Natale, se si dimostreranno particolarmente bravi”, ha aggiunto.
Sei mesi. È il tempo che separa il settore dall’apertura dei primi cantieri di un programma decennale. Ed è qui che, secondo noi, vale la pena spostare lo sguardo: dal testo di legge alle squadre che dovranno realizzarlo.
Cosa prevede il Piano, in concreto
Il Piano si regge su tre pilastri, che ANCE ha ricostruito in una mappa dettagliata pubblicata il 7 luglio.
Il primo è il recupero del patrimonio pubblico: un programma straordinario finanziato con oltre 7 miliardi di euro complessivi per rimettere in funzione gli alloggi ERP inutilizzati e promuovere l’edilizia residenziale sociale. La regia è centralizzata: Invitalia come soggetto gestore e un Commissario straordinario, Squitieri, appunto, in carica fino al 31 dicembre 2027, a coordinare e accelerare gli interventi. È già partita la ricognizione straordinaria degli immobili pubblici non più utilizzati, e proprio in questi giorni è in programma un vertice al Ministero dell’Economia per mappare gli immobili statali da destinare alla rigenerazione.
Il secondo pilastro è il Fondo Housing Coesione, uno strumento finanziario gestito da Invimit SGR per incrementare l’offerta di alloggi ERP ed ERS.
Il terzo è l’edilizia integrata, pensata per attrarre capitali privati: almeno il 70% dell’investimento deve andare a edilizia convenzionata, con alloggi offerti a prezzi inferiori di almeno il 33% rispetto ai valori di mercato e un vincolo di destinazione d’uso di 30 anni. In cambio, semplificazioni: SCIA estesa alle ristrutturazioni urbanistiche e alla demolizione-ricostruzione, conferenze di servizi accelerate, deroghe urbanistiche e incrementi volumetrici. Con un dettaglio non da poco: le semplificazioni più forti del terzo pilastro valgono solo per i programmi di investimento sopra il miliardo di euro. Per gli interventi più piccoli resta la sola possibilità degli incrementi volumetrici.
Durante la conversione parlamentare la platea dei beneficiari si è allargata: oltre a giovani coppie, studenti e lavoratori fuori sede, sono entrati insegnanti, personale sanitario e forze dell’ordine. È invece uscito dal testo il “Patrimonio Casa” presso Cassa Depositi e Prestiti, che avrebbe dovuto canalizzare 1,2 miliardi di risorse PNRR verso l’housing sociale.
Le posizioni in campo
Il dibattito attorno al Piano è tutto tranne che pacificato.
Il Governo rivendica il risultato: la presidente Meloni ha commentato l’approvazione definitiva su LinkedIn con “Dalle parole ai fatti”, definendo il provvedimento un impegno mantenuto.
ANCE tiene una posizione costruttiva ma esigente. Secondo una simulazione presentata dall’associazione, il Piano potrebbe rendere l’abitazione accessibile al 20% di famiglie in più, ma serve, nelle parole della presidente uscente Federica Brancaccio, “un approccio flessibile per garantire interventi sostenibili per le imprese su tutto il territorio”, perché i rendimenti che funzionano a Milano non funzionano ovunque. E il 18 luglio il nuovo presidente Antonio Ciucci, sul Corriere della Sera, ha rimesso in fila le priorità: alleviare la morsa del caro materiali, semplificare le norme per attuare il Piano Casa, garantire un quadro stabile di incentivi per la riqualificazione energetica e sismica.
Sul fronte opposto, sindacati degli inquilini (Sunia, Sicet, Uniat, Unione Inquilini) e opposizioni giudicano il Piano inadeguato rispetto a una crisi abitativa ormai strutturale. La contestazione più concreta riguarda i numeri del primo pilastro operativo: 970 milioni per il periodo 2026-2030 destinati al programma straordinario ERP, circa 194 milioni sul 2026, mentre secondo Federcasa recuperare un solo alloggio popolare costa in media tra i 20 e i 25 mila euro. Altro punto critico: la possibilità di alienare parte del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, che per i sindacati rischia di ridurre proprio quel patrimonio che si vorrebbe rilanciare.
E poi c’è il nodo che accomuna sostenitori e critici: l’attuazione. Il Sole 24 Ore ha contato 22 passaggi tra commissari, intese e decreti attuativi necessari per rendere il Piano pienamente operativo. La legge è scritta; la partita vera si gioca nei prossimi mesi.
Nel frattempo le Regioni si muovono: il 20 luglio la Campania ha presentato HO.P.E., il proprio piano per le politiche abitative da 245 milioni di euro su fondi FESR. Segno che il tema casa sta diventando un cantiere istituzionale a più livelli, con tutte le esigenze di coordinamento che questo comporta.
Il punto che interessa di più a noi: chi lo costruisce?
Nel dibattito pubblico si parla di miliardi, pilastri, commissari e decreti. Si parla molto meno di una domanda che per noi, che lavoriamo ogni giorno con imprese e professionisti del settore, è quella decisiva: con quali persone si realizzeranno questi interventi?
Il Piano Casa arriva in un momento particolare. I cantieri del PNRR sono nella fase di completamento e le imprese si stanno già chiedendo cosa verrà dopo. Il caro materiali comprime i margini e rende ogni commessa pubblica più delicata da gestire. E il settore continua a fare i conti con una carenza cronica di figure tecniche e operative qualificate.
Se i primi cantieri apriranno davvero tra gennaio e marzo 2027, le imprese che vorranno partecipare ai programmi del Piano dovranno arrivarci con le squadre già strutturate. Parliamo di figure precise: responsabili di commessa capaci di gestire interventi di recupero su patrimonio pubblico, con tutte le complessità di convenzioni, vincoli e rendicontazione che comportano; capi cantiere esperti di ristrutturazione e demolizione-ricostruzione, che è un mestiere diverso dal nuovo; geometri e tecnici di cantiere che sappiano muoversi tra SCIA, conferenze di servizi e varianti; preventivisti in grado di far stare in piedi commesse con prezzi calmierati e vincoli trentennali, in un contesto di costi dei materiali instabili.
E il fabbisogno non riguarda solo le imprese. Anche i Comuni e gli ex IACP, che saranno soggetti attuatori di buona parte del primo pilastro, avranno bisogno di competenze tecniche per stipulare convenzioni, affidare appalti e seguire i lavori. Uno dei rischi più citati dagli osservatori è proprio che gli enti locali non abbiano le strutture per reggere il ritmo che il Commissario vuole imporre.
C’è infine il tema del recupero come specializzazione. Il Piano Casa è, nella sostanza, un gigantesco programma di riqualificazione dell’esistente: alloggi sfitti da ripristinare, immobili pubblici da riconvertire, quartieri da rigenerare. Le competenze richieste, diagnosi dello stato di fatto, gestione delle interferenze, efficientamento energetico, adeguamento sismico, sono quelle su cui il mercato del lavoro edile è già oggi più corto.
Sei mesi per prepararsi
La nostra lettura è questa: comunque la si pensi sull’adeguatezza delle risorse, il Piano Casa metterà in moto una domanda di lavoro tecnico e operativo concentrata nel tempo e distribuita su tutto il territorio, con un’accelerazione attesa tra fine 2026 e il 2027. Le imprese che inizieranno ora a mappare i propri fabbisogni di organico, e i professionisti che sceglieranno di specializzarsi sul recupero e sulla rigenerazione, arriveranno all’apertura dei cantieri con un vantaggio concreto.
La legge, come si è detto in queste settimane, è scritta. I decreti attuativi diranno se l’impianto reggerà. Ma le squadre, quelle, non si scrivono per decreto: si costruiscono per tempo.
E voi come vi state preparando? Le vostre imprese hanno già le figure necessarie per candidarsi ai programmi del Piano, o il tema dell’organico rischia di diventare il vero collo di bottiglia?
Dal 7 giugno 2026 le regole del recruiting sono cambiate. La vera sfida non è scrivere una RAL nell’annuncio.
La trasparenza retributiva è entrata ufficialmente nei processi di selezione sia per le Agenzie per il Lavoro che per le Imprese.
Con l’entrata in vigore del D.Lgs. 96/2026, che recepisce la Direttiva UE 2023/970, le aziende devono indicare la retribuzione iniziale o una fascia retributiva già nella fase di selezione. Non possono più chiedere ai candidati quanto guadagnavano nel lavoro precedente e neppure richiedere la copia dei cedolini. Devono usare criteri chiari, documentabili e neutrali nella definizione della retribuzione.
Sulla carta sembra semplice. Nella pratica, molto meno.
Perché il problema non è solo “mettere un numero” dentro un annuncio. Il vero problema è arrivare a quel numero avendo già chiaro chi si cerca, quale valore ha quella figura sul mercato, quali competenze sono indispensabili, quali sono formabili e quali elementi possono giustificare una retribuzione più alta o più bassa dentro un range.
E qui, per molte aziende, si apre il vero tema.
La norma chiede trasparenza. Il mercato chiede precisione.
A poche settimane dall’entrata in vigore della normativa, il feedback che arriva da aziende, recruiter e operatori del mercato del lavoro è abbastanza chiaro: molte imprese non sono impreparate perché non vogliono rispettare la norma.
Sono impreparate perché la norma le obbliga a fare prima un lavoro che spesso veniva fatto durante il processo di selezione.
Prima accadeva spesso questo: l’azienda partiva con un’idea di profilo, pubblicava un annuncio, incontrava candidati diversi, capiva meglio cosa offriva il mercato e, solo dopo, ridefiniva aspettative, competenze richieste, livello di seniority e budget.
Il processo di selezione serviva anche a mettere a fuoco la ricerca.
Oggi questa logica diventa molto più complessa.
L’azienda deve presentarsi al mercato con un perimetro già definito: ruolo, responsabilità, competenze, livello, fascia economica, criteri di valutazione e margini di flessibilità. Non può più usare la retribuzione precedente del candidato come parametro di partenza. Non può più rimandare la definizione del valore economico alla fase finale della trattativa.
Questo cambia profondamente il modo di cercare personale.
Il caso tipico: quando il candidato non ha tutto, ma può essere quello giusto
Nel recruiting reale, soprattutto nei settori tecnici, il candidato perfetto raramente esiste.
Può capitare che un’azienda cerchi una figura con cinque competenze specifiche e incontri una persona che ne possiede quattro o tre, ma ha un’esperienza rara, una forte capacità operativa o una competenza trasversale molto utile all’impresa.
Fino a ieri, in molti casi, si poteva costruire una valutazione lungo il percorso: capire quanto mancava, quanto si poteva formare, quanto quella persona poteva crescere, quale offerta avrebbe avuto senso proporre.
Oggi questa possibilità non sparisce.
Ma deve essere gestita con più metodo.
L’azienda può ancora scegliere di investire su una figura che non possiede tutte le competenze richieste. Può ancora decidere di formarla. Può ancora riconoscere un valore diverso in base all’esperienza, al potenziale, alla responsabilità o alla complessità del ruolo.
Ma deve poter spiegare perché.
La differenza rispetto al passato è questa: la flessibilità resta, l’opacità no.
Il range retributivo non è una formalità
Uno dei punti più delicati riguarda la costruzione della fascia retributiva.
Scrivere “RAL da 30.000 a 55.000 euro” Apre una forbice enorme all’interno della quale può enrtarci sia lo Junior che il Senior. Questa può sembrare una soluzione semplice, ma quel range deve essere realistico, coerente con il mercato, allineato internamente e sostenibile per l’azienda.
Se è troppo basso, rischia di non attrarre candidati qualificati.
Se è troppo alto, può generare aspettative che l’impresa non è in grado di mantenere.
Se è troppo ampio, rischia di diventare poco credibile.
Se è troppo generico, non aiuta davvero né il candidato né l’azienda.
La trasparenza retributiva, infatti, non consiste solo nel pubblicare una cifra. Consiste nel costruire un sistema chiaro: quali competenze collocano un candidato nella parte bassa del range? Quali esperienze lo portano nella parte alta? Quali responsabilità giustificano un livello superiore? Quali elementi accessori fanno parte dell’offerta complessiva?
Senza queste risposte, il range rischia di essere solo un numero messo lì per rispettare un obbligo.
Nell’edilizia il tema è ancora più complesso
Nel settore delle costruzioni, dell’edilizia, della geotecnica e dell’impiantistica, parlare di retribuzione è particolarmente complesso.
Perché lo stipendio finale non dipende solo dalla RAL.
Entrano in gioco il CCNL applicato, il livello di inquadramento, la sede di lavoro, la tipologia di cantiere, le trasferte, le indennità, gli straordinari, la reperibilità, i premi, la mensa, il trasporto, la Cassa Edile, l’eventuale elemento variabile della retribuzione e molte altre componenti legate all’organizzazione del lavoro.
Un capo cantiere, un escavatorista, un tecnico di commessa, un assistente di cantiere o un project manager non hanno un valore economico definibile solo con una cifra standard.
Il valore cambia in base alla complessità del cantiere, alla mobilità richiesta, alla responsabilità gestionale, alla capacità di coordinare squadre, alla conoscenza delle procedure di sicurezza, alla gestione delle interferenze, all’autonomia operativa e alla capacità di entrare subito dentro processi produttivi complessi.
Ecco perché, nell’edilizia, costruire un range retributivo è molto più complesso.
Il recruiting diventa più consulenziale
La nuova normativa cambia anche il ruolo di recruiter, agenzie per il lavoro e società di ricerca e selezione.
Non basta più raccogliere un’esigenza, pubblicare un annuncio e avviare i colloqui.
Il recruiter deve aiutare l’azienda a fare chiarezza prima:
qual è il profilo realmente necessario;
quali competenze sono indispensabili;
quali competenze possono essere sviluppate dopo l’assunzione;
quale livello di seniority serve davvero;
quale range economico è coerente con il mercato;
quali elementi accessori compongono il pacchetto retributivo;
quali margini di trattativa sono possibili;
quali criteri useremo per valutare candidati diversi.
Questo è un passaggio importante.
Perché il valore di un recruiter non sarà più solo nella capacità di trovare candidati, ma nella capacità di costruire ricerche più precise, sostenibili e trasparenti.
Meno trattative al buio, più selezioni consapevoli
Dal punto di vista dei candidati, la trasparenza può essere positiva.
Sapere prima qual è la fascia retributiva permette di candidarsi con maggiore consapevolezza, evitare perdite di tempo e valutare se l’opportunità è davvero coerente con le proprie aspettative.
Dal punto di vista delle aziende, però, questo significa esporsi prima.
Non si può più arrivare alla fine del processo per scoprire che il candidato si aspettava molto di più. Non si può più usare la vecchia retribuzione come base per costruire l’offerta. Non si può più rimandare la definizione del budget alla fase conclusiva.
La chiarezza deve arrivare all’inizio.
Perché la specializzazione fa la differenza
In un mercato del lavoro sempre più regolato, trasparente e competitivo, la specializzazione diventa decisiva.
Un’agenzia generalista può limitarsi a inserire una fascia economica nell’annuncio.
Un’agenzia verticale deve fare qualcosa in più: aiutare l’impresa a capire se quel range ha senso rispetto al ruolo, al settore, alla zona geografica, al cantiere, alla seniority richiesta e alla reale reperibilità del profilo.
Nel mondo delle costruzioni, questo fa la differenza.
Perché cercare un tecnico, un capo cantiere, un operatore specializzato o un profilo ingegneristico non significa solo compilare una job description. Significa conoscere le dinamiche del settore, i tempi dei cantieri, le difficoltà di reperimento, le competenze tecniche richieste e il valore reale delle persone sul mercato.
La trasparenza retributiva rende tutto questo ancora più evidente.
La trasparenza non elimina la trattativa. La rende più adulta.
La nuova normativa comunque non cancella la possibilità di negoziare.
Non impedisce alle aziende di valorizzare un candidato particolarmente forte. Non impedisce di investire su una persona da formare. Non impedisce di riconoscere competenze rare, responsabilità maggiori o condizioni di lavoro più complesse.
Semplicemente, chiede che tutto questo sia più chiaro, più coerente e più documentabile.
Per le aziende meno strutturate, questo sarà un problema.
Per le aziende più consapevoli, sarà un’opportunità.
Dal 7 giugno 2026 non sarà più possibile chiedere ai candidati la retribuzione attuale o precedente. Il D.Lgs. 96/2026, che recepisce la Direttiva (UE) 2023/970, introduce nuove regole su annunci, selezione, criteri retributivi, diritto di informazione e monitoraggio del gender pay gap.
Dal 7 giugno 2026, durante un colloquio, nessuno potrà più chiedere a un candidato quale fosse la sua vecchia retribuzione. Non il datore di lavoro, non l’HR, non il recruiter esterno incaricato della selezione.
È una delle novità più concrete introdotte dal D.Lgs. 7 maggio 2026, n. 96, il decreto con cui l’Italia ha recepito la Direttiva (UE) 2023/970 sulla trasparenza retributiva e sulla parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore.
E non è l’unica. Negli annunci di lavoro dovrà essere indicata la retribuzione iniziale o la fascia retributiva prevista per la posizione. Le procedure di selezione dovranno essere costruite su criteri neutrali rispetto al genere. I lavoratori potranno chiedere informazioni sui criteri retributivi, sulle progressioni economiche e sui livelli medi applicati a ruoli comparabili.
L’Italia è arrivata all’appuntamento tra i primi Paesi europei ad adottare una disciplina organica di recepimento. Non una scelta marginale, quindi, ma un segnale preciso: la trasparenza salariale entra ufficialmente nel modo in cui le imprese attraggono, selezionano, valutano e trattengono le persone.
Per chi lavora nella ricerca e selezione del personale, il cambiamento è immediato. La retribuzione non potrà più restare una variabile da scoprire alla fine del percorso, né un’informazione da ricostruire partendo dalla RAL precedente del candidato. Dovrà essere definita prima, comunicata meglio e giustificata con criteri chiari.
Nel settore delle costruzioni, dell’edilizia, della geotecnica e dell’ingegneria, dove la scarsità di profili qualificati ha già reso molte trattative complesse, questo passaggio può avere un impatto ancora più forte. La trasparenza può aiutare le imprese a posizionarsi meglio, i candidati a valutare con maggiore consapevolezza e i recruiter a costruire percorsi di selezione più solidi. Ma può anche mettere in evidenza incoerenze, squilibri e aspettative che finora sono rimasti spesso impliciti.
1. Il quadro normativo: Direttiva (UE) 2023/970 e D.Lgs. 96/2026
Il riferimento europeo corretto è la Direttiva (UE) 2023/970 del Parlamento europeo e del Consiglio, adottata il 10 maggio 2023. La direttiva ha l’obiettivo di rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, attraverso strumenti di trasparenza retributiva e meccanismi di applicazione più efficaci.
In Italia la direttiva è stata recepita con il Decreto legislativo 7 maggio 2026, n. 96, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 125 del 1° giugno 2026. Il decreto entra in vigore il 7 giugno 2026.
Il decreto si applica ai datori di lavoro del settore pubblico e privato. Per quanto riguarda i rapporti di lavoro, il campo di applicazione riguarda i contratti di lavoro subordinato a tempo determinato e indeterminato, anche a tempo parziale, comprese le posizioni dirigenziali. Restano esclusi, secondo il testo italiano, i contratti di lavoro domestico e i contratti di lavoro intermittente. Per la parte relativa alla trasparenza prima dell’assunzione, le regole si applicano anche ai candidati.
Da ricordareIl numero corretto della direttiva è 2023/970. Nel lavoro redazionale e nelle comunicazioni aziendali conviene evitare il riferimento errato a “UE 2024/970”.
2. La finalità: rendere verificabile la parità retributiva
Il principio di fondo non nasce oggi: a parità di lavoro, o per lavori ai quali è attribuito pari valore, non devono esserci discriminazioni retributive fondate sul genere. La novità è il modo in cui questo principio viene reso operativo. La normativa non si limita ad affermare un diritto, ma introduce strumenti per rendere più visibili i criteri con cui le retribuzioni sono determinate, comunicate, confrontate e monitorate.
Il passaggio centrale è il concetto di “lavoro di pari valore”. Non conta soltanto se due persone svolgono mansioni identiche. Occorre valutare se ruoli diversi possano avere un valore comparabile, sulla base di criteri oggettivi e neutrali rispetto al genere: competenze, responsabilità, condizioni di lavoro e altri fattori pertinenti alla specifica posizione.
Questo aspetto è particolarmente importante nei settori tecnici e operativi. Nei cantieri, negli uffici tecnici, nelle funzioni di coordinamento, nella sicurezza, nella gestione commessa e nelle attività amministrative collegate alle costruzioni, il valore del lavoro non può essere letto solo attraverso il titolo della posizione. Responsabilità, autonomia, complessità del contesto, esposizione al rischio, sforzo organizzativo e impatto sui risultati aziendali devono essere valutati con criteri chiari e documentabili.
3. Che cosa cambia prima dell’assunzione
La parte più immediata per aziende e recruiter riguarda la selezione. Il decreto italiano prevede che ai candidati siano fornite indicazioni sulla retribuzione iniziale o sulla relativa fascia retributiva attribuita alla posizione, sulla base di criteri oggettivi e neutrali rispetto al genere. Le informazioni devono essere presenti negli avvisi e nei bandi con cui vengono rese note le opportunità di lavoro.
In pratica, la retribuzione non può più essere trattata come un’informazione accessoria da comunicare solo in una fase avanzata del processo. Per rendere la candidatura davvero consapevole, il candidato deve poter conoscere già dall’annuncio o dal bando il perimetro economico previsto per il ruolo.
Il secondo cambiamento è altrettanto rilevante: ai candidati non possono essere chieste informazioni sulle retribuzionipercepite negli attuali o nei precedenti rapporti di lavoro. Il decreto precisa che queste informazioni non possono essere acquisite neanche indirettamente, tramite soggetti ai quali il datore di lavoro abbia affidato la fase di selezione o assunzione. Questo punto coinvolge direttamente società di ricerca e selezione, agenzie per il lavoro, head hunter e recruiter esterni.
Negli annunci: indicare retribuzione iniziale o fascia retributiva prevista per la posizione.
Nei colloqui: non chiedere al candidato quanto guadagna oggi o quanto guadagnava in precedenza.
Nel processo di selezione: usare criteri non discriminatori e avvisi redatti in modo neutro rispetto al genere, anche nei titoli professionali. Di conseguenza, non sarà possibile richiedere la copia dei cedolini stipendio /paga dei candidati.
Nel rapporto con i consulenti esterni:evitare che la raccolta di informazioni vietate venga fatta indirettamente da chi gestisce la selezione per conto dell’azienda.
4. Criteri retributivi e progressioni: la trasparenza continua anche dopo l’assunzione
La trasparenza non riguarda solo la fase di ingresso. I datori di lavoro devono rendere accessibili ai lavoratori i criteri utilizzati per determinare la retribuzione, i livelli retributivi e la progressione economica. Il decreto valorizza il ruolo dell’informativa resa al lavoratore all’instaurazione del rapporto di lavoro e, per le aziende che applicano un CCNL stipulato da organizzazioni comparativamente più rappresentative, consente di assolvere l’obbligo anche attraverso il rinvio ai criteri, ai livelli di inquadramento e ai trattamenti economici previsti dal contratto collettivo applicato, oltre che da eventuali accordi aziendali.
Per i datori di lavoro con meno di 50 dipendenti è prevista un’esclusione specifica dall’obbligo di rendere disponibili i criteri per la progressione economica. Questo non significa, però, che le aziende più piccole siano fuori dal tema della trasparenza: restano comunque rilevanti gli obblighi collegati alla selezione, alla neutralità dei criteri e alla non discriminazione.
Il diritto di informazione dei lavoratori è un altro pilastro della disciplina. I lavoratori possono richiedere e ricevere per iscritto, entro due mesi dalla richiesta, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. Il diritto può essere esercitato anche tramite rappresentanti dei lavoratori o organismi per la parità, su specifica delega, e non può essere esercitato più di una volta all’anno.
Le aziende devono inoltre informare annualmente tutti i lavoratori dell’esistenza di questo diritto e delle modalità per esercitarlo. Sono vietate le clausole che impediscono ai lavoratori di rendere nota la propria retribuzione. Allo stesso tempo, le informazioni diverse dalla propria retribuzione devono essere utilizzate solo per l’esercizio del diritto alla parità retributiva e non devono rendere identificabili le condizioni economiche individuali di altri lavoratori.
5. Retribuzione, livello retributivo e componenti variabili
Il decreto distingue tra “retribuzione” e “livello retributivo”. La retribuzione comprende il salario o stipendio di base e tutte le somme e i valori versati dal datore di lavoro, direttamente o indirettamente, anche in natura, in relazione al rapporto di lavoro. Sono incluse anche le componenti complementari o variabili.
Il livello retributivo, invece, è definito come la retribuzione lorda annua e la corrispondente retribuzione oraria lorda, intesa come totalità degli elementi retributivi continuativi e fissi. Restano esclusi i trattamenti economici individuali non strutturali, come componenti riconosciute su base personale, discrezionale o temporanea, non generalizzate nella stessa categoria di lavoratori e fondate su criteri oggettivi individuali.
Per le imprese questo significa che bonus, premi, indennità, benefit e componenti variabili non possono essere gestiti in modo casuale. Anche quando alcune componenti non rientrano nel “livello retributivo” in senso stretto, il reporting richiede dati specifici sul divario nelle componenti complementari o variabili e sulla percentuale di lavoratrici e lavoratori che le ricevono. È quindi un’area da presidiare con particolare attenzione.
6. Reporting e monitoraggio del gender pay gap
Per le aziende di maggiori dimensioni, la disciplina introduce obblighi di comunicazione dei dati sul divario retributivo di genere. Il decreto italiano prevede che i dati oggetto di comunicazione riguardino, tra gli altri, il gender pay gap, il divario nelle componenti complementari o variabili, il divario mediano, la distribuzione nei quartili retributivi e il divario per categorie di lavoratori, distinto tra salario o stipendio normale di base e componenti complementari o variabili.
Dimensione aziendale
Decorrenza e cadenza corretta
Almeno 250 dipendenti
Dati raccolti entro il 7 giugno 2027 e successivamente ogni anno.
Da 150 a 249 dipendenti
Dati raccolti entro il 7 giugno 2027 e successivamente ogni tre anni.
Da 100 a 149 dipendenti
Dati raccolti entro il 7 giugno 2031 e successivamente ogni tre anni.
Meno di 100 dipendenti
Non rientrano nell’obbligo di reporting dell’art. 9; restano fermi gli altri obblighi applicabili, in particolare su selezione, criteri trasparenti e diritto di informazione nei limiti previsti.
Un organismo di monitoraggio istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali avrà il compito di monitorare e promuovere l’attuazione delle misure, raccogliere i dati presentati dai datori di lavoro, pubblicare le informazioni aggregate previste e raccogliere le relazioni di valutazione congiunta delle retribuzioni. Alcuni aspetti operativi saranno definiti con successivi decreti ministeriali, in particolare le modalità di raccolta e trattamento dei dati, la tipologia dei dati utili e le attività di assistenza tecnica e formazione per i datori di lavoro.
7. La soglia del 5%: non una condanna automatica, ma un segnale da gestire
Il decreto prevede la valutazione congiunta delle retribuzioni quando si verificano contemporaneamente tre condizioni: – le informazioni sulle retribuzioni evidenziano una differenza del livello retributivo medio tra lavoratrici e lavoratori pari almeno al 5% in una categoria di lavoratori; – il datore di lavoro non motiva la differenza sulla base di criteri oggettivi e neutrali rispetto al genere; – la differenza immotivata non viene corretta entro sei mesi dalla comunicazione delle informazioni.
La soglia del 5% non deve essere letta come un automatismo. Non ogni differenza pari o superiore al 5% è necessariamente una discriminazione. Può esistere una differenza fondata su criteri oggettivi: responsabilità diverse, competenze certificate, anzianità, performance, complessità del ruolo, condizioni specifiche della mansione. Il punto è che questi criteri devono essere chiari, documentati, coerenti e neutrali rispetto al genere.
Quando la differenza non è giustificata, la valutazione congiunta serve a individuare, correggere e prevenire le disparità. Il processo coinvolge i rappresentanti dei lavoratori e può richiedere l’adozione di misure correttive, l’analisi dei sistemi di valutazione e classificazione professionale e, se necessario, la partecipazione dell’Ispettorato del lavoro o degli organismi per la parità territorialmente competenti.
8. Il ruolo dei CCNL e dei sistemi di classificazione
Uno degli aspetti più rilevanti per le aziende italiane riguarda il ruolo dei contratti collettivi. L’applicazione di un CCNL stipulato da organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, comprensivo dei sistemi di classificazione professionale, inquadramento e trattamento economico, costituisce presunzione di conformità ai principi di parità retributiva e trasparenza.
Questa presunzione non elimina però ogni rischio. Il decreto precisa che resta ferma la possibilità di dimostrare l’esistenza di trattamenti retributivi individuali discriminatori. In altre parole: applicare un CCNL rappresentativo è una base solida, ma non basta se poi nella pratica aziendale bonus, superminimi, indennità, aumenti individuali o progressioni vengono gestiti senza criteri verificabili.
Per questo diventa centrale la job evaluation. Mappare le posizioni, chiarire i livelli di responsabilità, formalizzare i criteri di progressione e collegare le differenze retributive a elementi oggettivi diventa una necessità organizzativa, non solo legale. La circolare interna richiama correttamente l’opportunità di integrare anche informazioni già disponibili, come quelle relative alle condizioni di lavoro e alla valutazione dei rischi, per valorizzare tutte le componenti della prestazione, comprese quelle fisiche, organizzative, psico-sociali ed emotive quando rilevanti per il ruolo.
9. Perché questa normativa impatta il lavoro del recruiter
Per i recruiter la nuova disciplina cambia almeno tre livelli del lavoro quotidiano: – il modo in cui viene costruito l’annuncio; – il modo in cui viene gestito il colloquio; – il modo in cui viene governata la trattativa economica tra azienda e candidato.
Negli annunci sarà necessario lavorare con l’azienda cliente per definire una fascia retributiva sostenibile, coerente con il ruolo e allineata ai criteri interni. Questo obbligherà molte imprese a chiarire prima ciò che prima veniva spesso deciso dopo: quanto vale davvero quella posizione? Quale range è compatibile con il mercato? Quale livello di inquadramento è previsto? Quali elementi variabili sono collegati al ruolo? Quali margini di crescita esistono?
Nei colloqui il recruiter dovrà spostare l’attenzione dalla retribuzione passata alla retribuzione attesa, dal “quanto prendi oggi?” al “qual è il perimetro economico coerente con il ruolo, le responsabilità e il progetto?”. È una differenza sostanziale. Non si parte più dallo storico del candidato, che può incorporare discriminazioni pregresse o trattamenti non omogenei, ma dal valore della posizione e dai criteri oggettivi dell’azienda.
Nella trattativa finale la trasparenza può ridurre una delle dinamiche più problematiche degli ultimi anni: la “televendita” di alcune figure professionali che si muovono tra le aziende inseguendo soltanto l’offerta più alta del momento. La normativa non elimina la concorrenza salariale, né impedisce a un professionista di scegliere l’opportunità migliore. Ma può rendere più serio il confronto, perché costringe tutti a esplicitare il perimetro economico, le responsabilità, le prospettive e i criteri di crescita.
In un mercato in cui molte figure tecniche sono difficili da reperire, la trasparenza può diventare un argine agli eccessi. Non abbassa il valore delle competenze; al contrario, aiuta a riconoscerlo meglio. Ma lo colloca dentro una struttura più chiara, evitando che ogni trattativa diventi un’asta improvvisata.
10. Che cosa dovrebbero fare ora le imprese
Il percorso di adeguamento non può limitarsi alla modifica degli annunci di lavoro. Le aziende dovrebbero affrontare il tema in modo sistemico, coinvolgendo direzione, HR, consulenti del lavoro, funzioni amministrative, management operativo e, dove presenti, rappresentanze dei lavoratori.
Revisionare gli annunci di lavoro: inserire retribuzione iniziale o fascia retributiva e verificare che titoli e testi siano neutri rispetto al genere.
Eliminare domande non consentite: aggiornare script di colloquio, schede candidato e procedure interne per evitare la raccolta di informazioni sulle retribuzioni attuali o precedenti.
Mappare ruoli e livelli: collegare ogni posizione a inquadramento, CCNL, responsabilità, competenze richieste e criteri di valore.
Definire griglie e fasce: costruire range retributivi difendibili e coerenti con criteri oggettivi.
Documentare le differenze: ogni scostamento retributivo deve poter essere spiegato con ragioni neutrali rispetto al genere.
Gestire bonus e variabili: rendere chiari i criteri di assegnazione di premi, benefit, superminimi e componenti non fisse.
Preparare il diritto di informazione: creare procedure per ricevere, gestire e rispondere alle richieste dei lavoratori entro i termini previsti.
Pianificare il reporting: per le aziende con almeno 100 dipendenti, organizzare per tempo raccolta dati, metodologie e responsabilità interne.
Formare manager e HR: chi seleziona, valuta e negozia deve conoscere le nuove regole.
Coinvolgere i partner esterni: società di selezione e consulenti devono essere allineati alle procedure aziendali e ai divieti previsti dalla normativa.
La trasparenza come vantaggio competitivo
La trasparenza salariale può essere vissuta come un ulteriore adempimento oppure come un’occasione per migliorare il mercato del lavoro. Per le aziende che sapranno organizzarsi, può diventare un elemento di reputazione, attrazione e retention. Per i candidati, può significare maggiore chiarezza e minore dipendenza da trattative opache. Per i recruiter, può rappresentare un modo più professionale di costruire l’incontro tra domanda e offerta.
La vera sfida non sarà soltanto indicare una fascia retributiva negli annunci. Sarà costruire sistemi coerenti, leggibili e difendibili. Perché la trasparenza non elimina la complessità del mercato del lavoro, ma obbliga imprese e professionisti ad affrontarla con più responsabilità.
Nel mondo delle costruzioni, dove le competenze tecniche sono sempre più strategiche e difficili da reperire, questo passaggio potrebbe segnare una svolta: meno improvvisazione, meno rilanci al buio, più chiarezza sul valore reale dei ruoli. E forse anche un mercato del lavoro un po’ più maturo.
Checklist sintetica per aziende e recruiter
Area
Azione consigliata
Priorità
Annunci
Inserire retribuzione iniziale o fascia retributiva e richiamo al CCNL quando pertinente.
Alta
Colloqui
Rimuovere domande su RAL attuale e retribuzioni precedenti.
Alta
Processi recruiter
Aggiornare briefing con aziende clienti, schede candidato e template di intervista.
Alta
Job evaluation
Mappare ruoli, responsabilità, competenze, condizioni di lavoro e criteri di progressione.
Alta
Policy retributiva
Formalizzare fasce, criteri di scostamento, bonus e componenti variabili.
Alta
Diritto di informazione
Predisporre flusso interno per richieste scritte e risposta entro due mesi.
Media
Reporting
Per aziende sopra i 100 dipendenti, preparare raccolta dati e metodologia.
Alta
Privacy
Evitare la riconoscibilità delle retribuzioni individuali nei dati comunicati.
Alta
Formazione
Aggiornare HR, management e partner esterni sulle nuove regole.
Media
Nota redazionaleIl testo ha finalità informative e divulgative. Per l’applicazione concreta alle singole realtà aziendali è opportuno il confronto con consulenti del lavoro, legali e funzioni HR competenti.
Il presente approfondimento è stato curato dal Team di geoJOB Recruitment (www.geojob.it).
Restiamo a disposizione di tutte le aziende interessate ad approfondire una tematica di particolare importanza per l’organizzazione e la gestione d’impresa, disciplinata da un provvedimento legislativo che si integra con la normativa vigente in materia di privacy e protezione dei dati personali (Regolamento UE 2016/679 – GDPR).
Il settore ha dimostrato di saper crescere. Saprà reggere anche nei prossimi anni?
Oggi in Italia ci sono oltre 1.300 cantieri ferroviari attivi contemporaneamente, dal Brennero alla Sicilia. Un numero che fotografa meglio di qualsiasi previsione il momento che sta vivendo il settore delle costruzioni: un’accelerazione reale, già in atto.
Per chi lavora nell’edilizia, il messaggio è chiaro: la domanda infrastrutturale non si fermerà nel breve periodo. Anzi, sta aumentando.
A differenza del passato, nel 2025 i cantieri non hanno aspettato la stagione estiva per partire. Le grandi opere sono entrate nel vivo già da marzo, e il ritmo non accenna a rallentare.
Basta guardare alcuni dei progetti chiave:
Terzo Valico dei Giovi
Tunnel del Brennero
Nodo ferroviario di Genova
Linea Napoli–Bari, dove è già operativa la tratta Cancello–Frasso Telesino (18 km tra gallerie e viadotti), con nuove attivazioni previste entro fine anno
A questo si aggiunge un dato ancora più rilevante: oltre 16.000 cantieri legati al PNRR sono ancora aperti, e circa due terzi sono in fase avanzata. La scadenza è fissata: giugno 2026.
Un mercato enorme. Ma selettivo.
Il punto non è più se ci sarà lavoro. Il punto è chi sarà in grado di coglierlo.
Perché questo mercato premia una sola caratteristica: la capacità di essere operativi subito.
Non tra sei mesi. Non dopo il prossimo bando.
Adesso.
Le imprese che oggi hanno:
squadre già formate
mezzi disponibili
organizzazione rapida
si trovano davanti opportunità che il settore non vedeva da anni.
Il vero limite: la struttura delle imprese, Qui emerge la criticità principale.
Il 70% delle imprese edili italiane ha meno di 10 dipendenti. Questo significa una cosa: bassa capacità di risposta immediata.
E infatti il problema non è trovare lavori. È trovare persone.
Oggi, in molti casi, è più difficile reperire:
escavatoristi
carpentieri specializzati
operatori di perforazione
meccanici
autisti
che vincere un appalto.
Il nodo centrale: le persone
I fondi ci sono. Le opere anche. Le scadenze sono già definite.
Ma senza manodopera qualificata, il rischio è concreto: ritardi, rallentamenti e perdita di risorse.
Perché se i progetti PNRR non vengono completati entro giugno 2026, i finanziamenti tornano all’Unione Europea.
Il più grande piano infrastrutturale degli ultimi decenni non si gioca nei ministeri. Si gioca nei cantieri. E dipende dalle persone che ci lavorano.
Il caso Liguria: un’anticipazione di ciò che può accadere!
Negli ultimi sei anni, in Liguria:
gli operai edili sono passati da 17.395 a 28.013 (+61%)
le imprese sono cresciute da 3.622 a 4.400
la massa salari è quasi raddoppiata (da 180 a 320 milioni di euro)
Dati elaborati da ANCE Liguria sulle Casse Edili tra il 2019 e il 2025.
Non è un fenomeno casuale.
La regione è uno dei principali hub infrastrutturali del Paese:
Terzo Valico
nodo ferroviario di Genova
sviluppo portuale
Già in fase previsionale, la Banca d’Italia indicava per la Liguria la crescita occupazionale più alta d’Italia legata al PNRR (+8,4% annuo). I dati reali hanno confermato quella traiettoria.
La Liguria, oggi, è un laboratorio: mostra cosa succede quando le risorse arrivano davvero a terra.
Dall’emergenza alla struttura: il vero passaggio da fare
C’è però un elemento chiave da considerare.
Nel 2022, nel pieno del Superbonus:
le ore lavorate crescevano del 26%
la massa salari del 26%
ma le imprese non assumevano
Si lavorava di più, ma con le stesse persone. Straordinari, sabati, risorse interne.
Perché? Mancanza di visione sul futuro.
Oggi la situazione è diversa: le assunzioni ci sono state (10.000 in più solo in Liguria).
Ma resta una domanda aperta: quante di queste persone resteranno nel settore dopo il PNRR?
Il rischio (e l’opportunità) dei prossimi anni
Il settore delle costruzioni in Italia ha generato:
350.000 nuovi posti di lavoro in 5 anni
circa il 20% della crescita occupazionale totale del Paese
Eppure, il mismatch tra domanda e offerta ha raggiunto il 62,1%, il valore più alto tra tutti i settori produttivi.
Tradotto: 6 posizioni su 10 restano scoperte per mancanza di candidati qualificati.
Il punto finale
Il mercato dell’edilizia continuerà a crescere? Sì, ma non automaticamente.
La vera differenza non la faranno:
i finanziamenti
i progetti
o le politiche pubbliche
La farà la capacità del settore di strutturarsi:
formare persone
attrarre competenze
costruire organizzazioni solide
Perché il futuro dell’edilizia non dipende solo dai cantieri aperti. Dipende da chi sarà in grado di lavorarci dentro.
Da Dronitaly 2026 emergono dati impressionanti: l’uso sistematico dei droni nei cantieri edili potrebbe prevenire tra 35 e 70 infortuni mortali ogni due anni. Ecco tutto quello che c’è da sapere su una rivoluzione già in corso.
Si è appena conclusa a Bologna l’undicesima edizione di Dronitaly, la principale manifestazione internazionale in Italia dedicata ai droni civili professionali. Dall’11 al 13 marzo 2026, l’EX-GAM Congress Center ha ospitato oltre 60 aziende, 22 convegni e centinaia di professionisti del settore. Ma il dato che ci ha interessato di più è questo: i droni potrebbero salvare fino a 35 vite all’anno nei cantieri italiani.
Un numero che, per chi lavora nel settore delle costruzioni e del recruitment specializzato come noi di GeoJob Recruitment, ha un significato profondo. Non si tratta solo di tecnologia: si tratta di persone, di famiglie, di un settore che ha ancora troppi lutti da piangere.
Il problema: i cantieri italiani restano troppo pericolosi
I numeri parlano chiaro. Secondo i dati INAIL, nel biennio 2023-2024 il settore delle costruzioni ha registrato 436 infortuni mortali, l’86,5% dei quali avvenuti direttamente in occasione di lavoro. La causa principale? La caduta dall’alto, responsabile del 61% degli infortuni gravi e mortali nel comparto edile.
Stiamo parlando di lavoratori che perdono la vita ispezionando tetti, verificando ponteggi, controllando facciate o operando su coperture. Attività che, nella maggior parte dei casi, potrebbero essere svolte in modo più sicuro. Ed è qui che entrano in gioco i droni.
Il dato di Dronitaly 2026: tra 35 e 70 vite salvabili
La stima arriva da un’elaborazione di Radiocor/Borsa Italiana basata sui contenuti tecnici presentati a Dronitaly: l’impiego esteso dei droni nelle attività di cantiere potrebbe prevenire tra 35 e 70 infortuni mortali ogni due anni nel settore costruzioni. In termini annuali, parliamo di circa 18-35 vite potenzialmente salvate.
Come? Sostituendo l’uomo nelle operazioni più rischiose: ispezioni su coperture, verifiche di ponteggi, controlli di facciate e monitoraggio di aree ad alta criticità. Tutte attività in cui un drone può “andare al posto nostro”, eliminando alla radice il rischio di caduta.
Lo sapevi? La categoria più colpita da infortuni mortali in edilizia è quella dei muratori (30,8% dei casi), con un’età prevalente tra i 55 e i 64 anni. I droni potrebbero proteggere soprattutto i lavoratori più esperti e vulnerabili.
Come si usano i droni per la sicurezza in cantiere?
L’applicazione dei droni nei cantieri va ben oltre la semplice “foto dall’alto”. Ecco i principali utilizzi già operativi oggi:
1. Ispezione di strutture senza rischi per l’uomo
I droni volano vicino a facciate, ponti, tetti e coperture per identificare crepe, danni strutturali e anomalie senza bisogno di ponteggi, gru o cestelli elevatori. Quello che prima richiedeva giorni con un team di topografi può essere completato in poche ore, e soprattutto senza mettere nessun operatore in pericolo.
2. Monitoraggio in tempo reale del cantiere
Sorvoli programmati o continui permettono di verificare l’avanzamento lavori, individuare ponteggi instabili, materiali pericolosi esposti o uscite di emergenza bloccate. I dati vengono trasmessi in tempo reale a una centrale operativa, consentendo interventi immediati.
3. Controllo automatico dei DPI con l’Intelligenza Artificiale
Una delle applicazioni più innovative: droni equipaggiati con telecamere e algoritmi di AI che verificano in tempo reale se i lavoratori indossano correttamente caschi, imbracature e dispositivi anticaduta. Uno studio pubblicato su Scientific Reports (Nature) ha dimostrato l’efficacia di modelli di deep learning per il rilevamento automatico dei DPI da riprese aeree.
4. Termografia aerea per problemi invisibili
I droni con telecamere termiche rilevano anomalie strutturali invisibili a occhio nudo: infiltrazioni d’acqua, ponti termici, delaminazioni nel calcestruzzo. Riduzione dei tempi di ispezione fino al 70% e dei costi del 40-60% rispetto ai metodi tradizionali.
5. Sorveglianza h24 e sicurezza perimetrale
Flotte di droni possono pattugliare i cantieri giorno e notte, collegati a una Security Control Room. Nel progetto dell’Alta Velocità Brescia-Verona, questo sistema ha ridotto dell’80% i tempi di intervento in caso di allarme.
6. Supporto alle emergenze
In caso di incidenti, i droni con termocamera localizzano feriti e valutano danni strutturali in tempo reale. I Vigili del Fuoco li hanno già utilizzati durante il crollo nel cantiere Esselunga di Firenze, dimostrando il loro valore anche nelle situazioni più drammatiche.
Due casi studio italiani da conoscere
Alta Velocità Brescia-Verona: 9 droni BVLOS in azione
Lungo la linea AV/AC Brescia Est–Verona, il consorzio Cepav Due e Saipem hanno realizzato un progetto pionieristico: per la prima volta in Italia, 9 droni operano in modalità BVLOS (Beyond Visual Line of Sight), cioè oltre la linea visiva del pilota, per un monitoraggio continuo 24 ore su 24. Il sistema è coordinato da una Security Control Room che incrocia e georeferenzia i dati da droni, sensori e telecamere tramite una piattaforma PSIM.
Ponte San Giorgio di Genova: droni e AI per la ricostruzione
Durante la ricostruzione del nuovo ponte di Genova (ex Ponte Morandi), l’uso combinato di droni e Intelligenza Artificiale ha garantito un controllo costante delle attività, riducendo al minimo i rischi per i lavoratori. Un esempio che ha fatto scuola a livello internazionale.
Il mercato dei droni in Italia: numeri in crescita
Secondo i dati presentati a Dronitaly 2026, il mercato professionale dei droni in Italia ha raggiunto i 168 milioni di euro, in crescita del 5% rispetto al 2024. Sono oltre 650 i progetti di utilizzo professionale censiti nel Paese, e la stragrande maggioranza riguarda proprio ispezioni e monitoraggio, non trasporto merci o persone.
A Dronitaly 2026 erano presenti oltre 60 aziende da tutto il mondo (42% dalla Germania, 25% dalla Cina, 17% dagli USA), 46 aziende italiane e partner istituzionali del calibro di CNR, ENAC, ENAV, ISPRA, Politecnico di Milano e Consiglio Nazionale degli Ingegneri.
Cosa significa per il mercato del lavoro?
Ed è qui che entra in gioco il nostro punto di vista come GeoJob Recruitment. La diffusione dei droni nei cantieri non è solo una questione tecnologica: sta creando nuove figure professionali e nuove competenze richieste dal mercato.
Le figure professionali emergenti:
Pilota di droni certificato ENAC con specializzazione in ambito edile e infrastrutturale
Tecnico di manutenzione e gestione flotte UAS
Data analyst specializzato in dati geospaziali (ortofoto, modelli 3D, DEM)
Esperto di AI applicata alla sicurezza di cantiere
HSE Manager con competenze in tecnologie innovative (droni, IoT, AI)
Termografo aereo certificato ISO 9712
Il settore delle costruzioni ha bisogno di competenze ibride: professionisti che uniscano conoscenze ingegneristiche e tecnologiche. Le aziende edili che investono in queste competenze non solo migliorano la sicurezza, ma diventano più competitive sul mercato.
Le sfide da affrontare
La strada verso l’adozione diffusa dei droni nei cantieri non è priva di ostacoli:
Il confine tra strumento di sicurezza e strumento di controllo dei lavoratori richiede attenzione alla privacy e alle normative
Servono piloti certificati e personale formato: un investimento che le PMI edili devono pianificare
Il quadro normativo (categorie Open, Specific, Certified dell’ENAC) è in evoluzione, soprattutto per le operazioni BVLOS
Le condizioni meteo (vento, pioggia, nebbia) possono limitare l’operatività
Il settore edile, tradizionalmente conservatore, necessita di un cambio culturale verso l’innovazione
Investire nella tecnologia significa investire nelle persone
I dati sono chiari: i droni non sono più una tecnologia “futuristica” per i cantieri. Sono una realtà concreta, già operativa in progetti come l’Alta Velocità Brescia-Verona, e con un potenziale enorme in termini di vite umane salvate.
Se 35 vite all’anno possono essere salvate grazie a un drone che ispeziona un tetto al posto di un lavoratore, allora non è una questione di se adottare questa tecnologia, ma di quanto velocemente farlo.
In GeoJob Recruitment crediamo che il futuro del settore edile passi dall’innovazione e dalle persone giuste. Se la tua azienda sta cercando professionisti qualificati nel campo della sicurezza 4.0, dei droni professionali o dell’ingegneria delle costruzioni, siamo qui per aiutarti a trovarli.
Il settore delle costruzioni rappresenta uno dei pilastri dell’economia italiana. Non solo per il contributo diretto al PIL, ma anche per l’impatto che genera su un’intera filiera fatta di fornitori, professionisti, imprese specializzate e lavoratori.
In questo ecosistema complesso, il subappalto è lo strumento operativo principale attraverso cui le imprese riescono a gestire la specializzazione tecnica, la complessità dei cantieri e la flessibilità dei costi.
Negli ultimi anni però il sistema dei subappalti sta cambiando profondamente. Le nuove norme, le sfide legate alla sicurezza e la crescente digitalizzazione della filiera stanno ridisegnando il modo in cui le imprese collaborano nei cantieri.
Vediamo cosa sta succedendo davvero nel settore.
Il nuovo Codice degli Appalti: cambia il paradigma del subappalto
Per molti anni il subappalto in Italia è stato visto con diffidenza. Il legislatore aveva imposto limiti quantitativi rigidi, con l’obiettivo di prevenire infiltrazioni criminali e garantire maggiore controllo sui cantieri.
Il vecchio Codice degli Appalti (D.Lgs. 50/2016) prevedeva infatti tetti percentuali alla quota di lavori subappaltabili.
Questo approccio è stato più volte contestato dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che lo ha considerato sproporzionato rispetto ai principi di concorrenza e libertà di stabilimento.
Con il nuovo Codice dei Contratti Pubblici (D.Lgs. 36/2023) la prospettiva cambia radicalmente.
Il nuovo sistema elimina i limiti generali alla percentuale di lavori subappaltabili e introduce un approccio basato su due principi:
principio del risultato
principio della fiducia
Il subappalto viene definito come il contratto con cui l’appaltatore affida a un’altra impresa l’esecuzione di una parte delle lavorazioni previste dall’appalto, con organizzazione dei mezzi e assunzione del rischio da parte del subappaltatore.
Quando un contratto diventa realmente subappalto
Per evitare abusi o elusioni, la normativa stabilisce criteri precisi che permettono di distinguere il subappalto da altre forme di collaborazione.
Un affidamento tra imprese è considerato subappalto quando ricorre almeno una delle seguenti condizioni.
Criteri per la qualificazione del subappalto
Parametro
Condizione
Valore relativo
Superiore al 2% dell’importo delle prestazioni affidate
Valore assoluto
Importo superiore a 100.000 €
Incidenza manodopera
Costo del personale superiore al 50% del valore del contratto
Autorizzazione
Necessaria autorizzazione preventiva della stazione appaltante
Diversamente, alcune attività accessorie o sussidiarie affidate a lavoratori autonomi non rientrano nel subappalto e richiedono solo una comunicazione preventiva.
Questa distinzione è particolarmente importante nei piccoli cantieri, dove la collaborazione tra imprese e professionisti è molto frequente.
Il subappalto a cascata: una delle novità più discusse
Uno dei cambiamenti più dibattuti introdotti dal nuovo Codice riguarda il subappalto a cascata.
In passato questa pratica era vietata: il subappaltatore non poteva affidare a sua volta parte dei lavori a un’altra impresa.
Oggi invece è generalmente consentita, purché siano rispettate tutte le verifiche previste per il subappalto principale.
Tuttavia le stazioni appaltanti possono limitarla o vietarla nei documenti di gara quando esistono motivazioni legate a:
sicurezza dei lavoratori
complessità tecnica dell’opera
prevenzione delle infiltrazioni criminali
Un settore in transizione: cosa sta succedendo nel mercato delle costruzioni
Il sistema dei subappalti va letto dentro una trasformazione più ampia del settore.
Dopo il boom straordinario generato dal Superbonus, il mercato delle costruzioni sta entrando in una nuova fase.
Le stime indicano una contrazione generale del settore privato, compensata in parte dalla crescita delle opere pubbliche legate al PNRR.
Andamento degli investimenti nelle costruzioni
Comparto
Stima 2024
Previsione 2025
Driver principali
Totale costruzioni
-5,3% / -7,4%
-7,0%
Fine Superbonus, avvio PNRR
Edilizia residenziale nuova
-5,2%
-2,6%
Calo permessi e finanziamenti
Manutenzione abitativa
-27%
-30%
Fine incentivi fiscali
Opere pubbliche
+21%
+10,4%
Investimenti PNRR
Questo significa una cosa molto concreta per le imprese: più lavori pubblici significa più complessità nella gestione dei subappalti.
Un settore estremamente frammentato
L’edilizia italiana è uno dei settori più frammentati dell’economia.
Su circa 600.000 imprese attive, la maggioranza è composta da microimprese o ditte individuali.
In alcune regioni il fenomeno è ancora più evidente.
Struttura delle imprese edilizie (esempio Sardegna)
Indicatore
Valore
Imprese con un solo addetto
56,6%
Imprese con fatturato sotto 200.000 €
72%
Dimensione media aziendale
2,9 addetti
In un contesto simile il subappalto diventa spesso una necessità operativa.
Le imprese più strutturate vincono le gare e coordinano i lavori, mentre una rete di aziende specializzate realizza le singole lavorazioni.
Tutela del lavoro nei subappalti
Il nuovo Codice degli Appalti rafforza la tutela dei lavoratori nei cantieri.
La normativa stabilisce che nei lavori pubblici debba essere applicato il contratto collettivo nazionale di settore indicato nel bando di gara.
Obblighi per la tutela del personale nei subappalti
Ambito
Obbligo
Trattamento economico
Non inferiore al CCNL di riferimento
Costi della manodopera
Non soggetti a ribasso
Oneri della sicurezza
Non soggetti a ribasso
Pagamento retribuzioni
Responsabilità solidale tra appaltatore e subappaltatore
Se il subappaltatore non paga i lavoratori, la stazione appaltante può intervenire pagando direttamente le retribuzioni.
Sicurezza nei cantieri e patente a crediti
Nonostante i progressi tecnologici, l’edilizia resta uno dei settori con più infortuni sul lavoro.
Per questo è stato introdotto il sistema della Patente a Crediti per le imprese che operano nei cantieri.
Ogni impresa parte con 30 crediti iniziali.
Sistema di penalità della patente a crediti
Violazione
Conseguenze
Lavoro irregolare
-5 crediti per ogni lavoratore
Infortunio grave
Decurtazione crediti
Infortunio mortale
Sospensione attività fino a 12 mesi
Impresa sotto 15 crediti
Divieto di operare nei cantieri
L’obiettivo è chiaro: rendere la sicurezza un elemento centrale dell’affidabilità aziendale.
Il DURC di congruità: lo strumento contro il lavoro sommerso
Uno degli strumenti più efficaci contro il lavoro nero è il DURC di congruità della manodopera.
Le Casse Edili verificano che il costo del lavoro dichiarato per un cantiere sia coerente con il valore dei lavori.
Percentuali minime di manodopera nei lavori edili
Categoria
Tipo di lavori
Incidenza minima manodopera
OG1
Nuova edilizia civile
14,28%
OG1
Ristrutturazioni
22%
OG2
Restauro beni storici
30%
OS6
Infissi e finiture
14%
OS7
Intonaci e tinteggiature
18%
OS24
Verde e arredo urbano
20%
Se il costo del lavoro è troppo basso rispetto agli standard di settore, l’impresa non ottiene l’attestazione di congruità e può perdere il diritto al saldo finale dei lavori.
Il futuro: digitalizzazione e BIM
La vera rivoluzione del settore passerà dalla digitalizzazione.
Il Building Information Modeling (BIM) sta trasformando il modo di progettare e gestire i cantieri.
I principali vantaggi per la gestione dei subappalti sono:
maggiore trasparenza della filiera
riduzione degli errori di progettazione
miglior coordinamento tra imprese
maggiore sicurezza nei cantieri
Il cantiere del futuro sarà sempre più un cantiere digitale, dove ogni lavorazione sarà tracciata e ogni responsabilità chiaramente identificata.
Subappalti: rischio o opportunità?
Il sistema dei subappalti non è destinato a scomparire. Anzi.
In un settore frammentato come quello delle costruzioni, rappresenta uno strumento indispensabile per gestire la complessità dei cantieri.
La vera sfida dei prossimi anni sarà un’altra: governare la filiera con trasparenza, sicurezza e competenze.
Strumenti come il DURC di congruità, la patente a crediti, il badge di cantiere e la digitalizzazione non sono semplici adempimenti burocratici.
Sono le fondamenta su cui costruire un settore più solido, più sicuro e più competitivo.
E nei prossimi anni, con i cantieri del PNRR e le grandi opere infrastrutturali, capire come funziona davvero il sistema dei subappalti sarà sempre più decisivo per chi lavora nel mondo delle costruzioni.
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Le Olimpiadi sono iniziate. Ma le opere e i lavori non sono finiti.
I Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026 sono ufficialmente iniziati. Le luci sono accese, le gare partite, l’Italia è sotto gli occhi del mondo.
Eppure, mentre gli atleti competono, una parte significativa delle opere previste per queste Olimpiadi è ancora incompiuta, rimandata o semplicemente rinviata a “dopo”. È l’ennesima manifestazione di un problema strutturale che nel nostro Paese conosciamo fin troppo bene: la sindrome del cantiere infinito.
Stato dell’arte: cosa è pronto (e cosa no)
Alla data di apertura dei Giochi, solo il 40,8% delle opere complessive risulta completato.
Gli impianti sportivi – le venue – sono operativi, ma in diversi casi grazie a:
accelerazioni dell’ultima ora
soluzioni temporanee
rimodulazioni progettuali pensate più per “far partire l’evento” che per durare nel tempo
Il vero problema riguarda le infrastrutture. Il 27,6% di strade, varianti e collegamenti ferroviari è ancora fermo tra progettazione e gara, mentre una parte consistente è stata ufficialmente classificata come opera legacy.
Traduzione: non serviranno ai Giochi, ma, nelle intenzioni, ai territori dal 2027 al 2033.
Il paradosso è evidente: abbiamo opere già contrattualizzate che verranno consegnate dopo la chiusura delle Olimpiadi. Milano-Cortina è iniziata. I cantieri, no.
Perché succede (ancora) in Italia
Non è un problema di competenze. Le imprese italiane realizzano infrastrutture complesse in tutto il mondo. Il nodo è un altro, ed è strutturale.
1. Iper-burocrazia e passaggi decisionali Un’opera pubblica italiana attraversa decine di enti prima del primo scavo. La Conferenza dei Servizi, nata per semplificare, si trasforma spesso in un imbuto di veti incrociati e rallentamenti.
2. Il ricorso sistematico al “Commissario” In Italia l’ordinario viene gestito come emergenza. Si pianifica poco e si accelera solo quando è troppo tardi, scavalcando regole che noi stessi abbiamo costruito.
3. Un Codice Appalti instabile Negli ultimi dieci anni le norme sono cambiate più volte. Risultato: incertezza giuridica, rallentamenti, contenziosi e cantieri che partono con una legge e finiscono con un’altra.
Le Olimpiadi dovrebbero essere il traguardo di una programmazione, non la giustificazione per correre all’ultimo secondo.
Siamo davvero i peggiori? Il confronto internazionale
Le Olimpiadi sono mega-progetti e quasi nessuno rispetta tempi e budget. A livello globale, il superamento medio dei costi è del 172%. Ma non tutti falliscono allo stesso modo.
Olimpiade
Situazione cantieri
Esito
Parigi 2024
95% infrastrutture già esistenti o temporanee
Pochi ritardi perché si è costruito pochissimo
Tokyo 2020
Ritardi limitati
Consegnato quasi tutto in tempo, nonostante la pandemia
Atene 2004
Cantieri fino all’ultimo giorno
Emergenza continua e opere poi abbandonate
Sochi 2014
Tutto pronto in tempo
Costi esplosi del 289%
L’Italia non è l’unica ad arrivare tardi. È però una delle poche a trasformare sistematicamente i grandi eventi in promesse rimandate.
Perché Milano-Cortina non ha finito i lavori
Oltre alla burocrazia, i report della Corte dei Conti evidenziano tre cause tecniche decisive.
Sottostima dei costi e inflazione Molti progetti sono nati prima dell’aumento dei prezzi delle materie prime (2022-2024). Le revisioni prezzi hanno rallentato finanziamenti e cantieri.
Complessità orografica Costruire in alta montagna significa convivere con frane, vincoli idrogeologici e condizioni estreme. Un imprevisto può bloccare un cantiere per mesi.
Il fattore NIMBY (“Sindaco del No”) Il consenso locale pesa moltissimo. Le opposizioni territoriali su varianti e infrastrutture hanno allungato i tempi fino a rendere impossibile la consegna entro il 2026.
La lezione (amara) delle Olimpiadi
In Italia il tempo del fare è sempre molto più breve del tempo del decidere. Milano-Cortina 2026 non crea questo problema: lo rende visibile, mentre l’evento è già iniziato.
Le gare finiranno, le medaglie resteranno. I cantieri, invece, continueranno.
E finché non cambieremo il modo in cui progettiamo, autorizziamo e governiamo le opere pubbliche, continueremo a chiamare legacy ciò che, in realtà, è solo un ritardo rimandato al prossimo evento.
Bruna e Valentina affrontano uno dei fenomeni più diffusi (e frustranti) nel mondo delle selezioni: il candidato che sparisce dopo un colloquio perfetto. Sì, proprio quello che sembrava motivato, preparato, in linea con la posizione… e poi puff, svanito nel nulla.
Con ironia e realismo, le nostre recruiter raccontano perché succede sempre più spesso, cosa c’è dietro questi comportamenti e, soprattutto, perché nel settore dell’edilizia il ghosting può trasformarsi in un boomerang professionale.
Perché basta davvero poco per fare la differenza: anche un semplice “Grazie, ho scelto un’altra proposta” può salvare reputazioni e costruire relazioni.
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Mentre l’Europa investe miliardi in edifici a basse emissioni, sta trascurando le competenze necessarie per costruire infrastrutture capaci di resistere al clima che cambia. Un gap di competenze che rischia di costare caro al settore se non sarà capace di costruire i professionisti esperti.
Il Paradosso delle Costruzioni Europee
Ottobre 2024. Valencia viene devastata da inondazioni catastrofiche. Centinaia di vittime, edifici collassati, ponti e strade distrutti. Un evento che ha messo in luce una verità scomoda: l’adattamento climatico rimane un tema trascurato nel settore delle costruzioni europeo, anche se gli effetti del cambiamento climatico si fanno sentire con forza crescente in tutto il continente.
Il paradosso è evidente: mentre le aziende di costruzioni si concentrano intensamente sulla riduzione delle emissioni, sull’efficienza energetica e sui materiali sostenibili, pochi stanno preparando la forza lavoro a costruire infrastrutture realmente resilienti agli eventi climatici estremi che già oggi minacciano le nostre città.
Un Gap di Competenze da 2 Milioni di Lavoratori
I numeri parlano chiaro. In Europa serviranno circa 2 milioni di lavoratori aggiuntivi nel settore costruzioni entro il 2030, ma la vera sfida non è solo quantitativa. Mentre la domanda globale di competenze verdi è cresciuta del 40% dal 2015, solo il 13% della forza lavoro attuale possiede le competenze necessarie per affrontare le sfide del green building.
E quando si parla di climate adaptation – ovvero la capacità di progettare e costruire infrastrutture resistenti agli impatti climatici – il gap diventa ancora più critico.
Come ammette candidamente un’importante associazione tedesca del settore delle costruzioni: “l’adattamento climatico diventerà un tema importante per noi come associazione, ma non lo è ancora oggi”. Questa dichiarazione fotografa perfettamente lo stato dell’arte: consapevolezza futura, ma scarsa azione presente.
La Situazione Italiana: Tra PNRR e Carenza di Competenze
In Italia il problema è amplificato. Mancano complessivamente 265.000 lavoratori nel settore costruzioni, con una difficoltà di reperimento che raggiunge quasi il 60% per gli operai specializzati.
Webuild, leader italiano del settore e protagonista nelle grandi infrastrutture, sta cercando di assumere 10.000 persone entro il 2026 attraverso il programma “Cantiere Lavoro Italia”, con ingenti investimenti nella formazione di nuovi lavoratori. Ma anche i grandi player faticano a trovare le competenze necessarie.
La riduzione dei bonus edilizi e la contrazione del settore residenziale nel 2025 stanno spostando il focus verso le opere pubbliche e le infrastrutture, proprio i settori dove le competenze di climate adaptation saranno più richieste.
Le Competenze del Futuro (Che Servono Già Oggi)
Ma cosa intendiamo esattamente per “climate adaptation skills” nelle costruzioni? Si tratta di competenze tecniche specifiche e trasversali, tra cui:
Competenze Tecniche:
Progettazione di edifici e infrastrutture resistenti a inondazioni e alluvioni
Tecniche costruttive per edifici resilienti alle ondate di calore estreme
Nature-based solutions: tetti verdi, pareti vegetali, sistemi di drenaggio urbano sostenibile
Water management e gestione delle acque meteoriche
Selezione di materiali adatti a condizioni climatiche estreme
Tecniche di impermeabilizzazione avanzata e protezione dalle intemperie
Competenze Trasversali:
Valutazione del rischio climatico site-specific
Integrazione tra efficienza energetica e resilienza climatica
Conoscenza delle normative emergenti sull’adattamento climatico
Project management per progetti di climate-proofing
Il Modello USA: Quello che l’Europa Non Sta Facendo
Mentre l’Europa è in ritardo, gli Stati Uniti hanno già avviato programmi strutturati. La NOAA ha investito 60 milioni di dollari in 9 iniziative per formare una “Climate-Ready Workforce”, con training specifici su flood mitigation, nature-based solutions e water management resiliente al clima in città come Boston, Los Angeles e lungo la costa della Louisiana.
La U.S. Climate Alliance ha lanciato l’iniziativa “Governors’ Climate-Ready Workforce” con l’obiettivo di formare 1 milione di nuovi apprendisti registrati entro il 2035 nei settori della resilienza climatica.
In Europa? L’iniziativa BUILD UP Skills si concentra principalmente sull’efficienza energetica e sulle energie rinnovabili, con poca attenzione specifica all’adattamento climatico.
Perché Questo Gap è un’Opportunità
Per i professionisti del settore questo gap rappresenta un’opportunità straordinaria:
Differenziazione competitiva: specializzarsi in climate adaptation significa distinguersi in un mercato affollato
Domanda crescente: con l’aumento degli eventi climatici estremi, le aziende saranno costrette a cercare queste competenze
Progetti internazionali: la resilienza climatica è una priorità globale, aprendo opportunità oltre confine
Valutazione dei co-benefici delle soluzioni di adattamento
Il Ruolo della Selezione del Personale
Come agenzia specializzata nel settore delle costruzioni, dell’ingegneria e delle infrastrutture, vediamo quotidianamente l’evoluzione delle richieste del mercato. Le aziende più lungimiranti stanno già iniziando a cercare professionisti con competenze di climate adaptation, anche se spesso faticano a trovare profili adeguati.
Secondo la Commissione Europea, quattro aziende su cinque hanno difficoltà a trovare lavoratori con le competenze adeguate, e le costruzioni sono tra i settori con le maggiori carenze in oltre 40 occupazioni a livello europeo.
Questo crea un’opportunità unica per:
Candidati: che possono accelerare la propria carriera specializzandosi in un’area emergente
Aziende: che possono creare un vantaggio competitivo formando internamente queste competenze
Il settore nel suo complesso: che può finalmente colmare un gap critico per il futuro
Costruire per il Clima che Verrà
Il cambiamento climatico non è più una minaccia futura: è una realtà presente che sta già modificando il modo in cui dobbiamo progettare e costruire. Con gli investimenti in opere del genio civile in forte crescita e il PNRR che continua a sostenere il settore delle infrastrutture, è il momento ideale per investire nelle competenze che faranno la differenza nei prossimi decenni.
La domanda non è se queste competenze diventeranno essenziali, ma quando. E chi si prepara oggi avrà un vantaggio competitivo decisivo domani.
Geojob Recruitment è la prima agenzia per il lavoro specializzata in ricerca e selezione per il mondo delle costruzioni, dell’edilizia, dell’ingegneria, geotecnica e impiantistica. Aiutiamo professionisti e aziende a navigare le trasformazioni del settore, individuando talenti con le competenze del futuro.
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