Operai specializzati: che fatica trovarli!

Operai specializzati: che fatica trovarli!

Nella ricerca di maestranze qualificate, il percorso di recruiting è spesso lungo e complicato, e a volte non basta nemmeno un buon curriculum.

Sono numerosi i casi di imprese che, pur avendo programmato assunzioni di un ottimo livello contrattuale, non riescono poi a reperire le risorse giuste sul mercato. E questo è più vero laddove c’è una ricerca più accentuata di personale ad alta specializzazione. Insomma, aumentano i contratti per personale qualificato, ma aumenta anche la difficoltà di far incontrare domanda e offerta di lavoro.
Abbiamo chiesto a Daniele Peila, docente presso il Politecnico di Torino ed esperto in tunnelling e nel consolidamento di rocce e terreni, perché questo accade e quali sono le vie che le aziende utilizzano per reperire sul mercato il personale qualificato.

In un segmento ipertecnico ed estremamente ingegnerizzato come quello del tunnelling o delle grandi opere, le maestranze devono possedere qualifiche e addestramenti molto speciali, e di conseguenza non sono facilmente intercettabili sul mercato. Perché c’è questa carenza?
«Certamente i lavoratori del tunnelling e in generale quelli coinvolti nelle lavorazioni geotecniche specialistiche richiedono un’alta se non un un’altissima qualificazione. E il loro recruting non è né facile né immediato, sia per la fatica oggettiva nell’intercettare personale così qualificato, sia per la difficile riconoscibilità delle reali abilità dei lavoratori. Un esempio tipico è la reperibilità dei “piloti delle TBM”, vale a dire delle talpe meccaniche (Tunnel Boring Machine) che sono indispensabili nella riuscita di un buon progetto di gallerie. Ebbene il profilo è così ricercato che da qualche tempo stanno nascendo corsi che cercano di formare personale qualificato di questo tipo sfruttando le potenzialità della realtà aumentata. Per non parlare poi delle iniezioni di consolidamento nei terreni e delle rocce, dove per gestire la mutevole variabilità delle condizioni dei terreni in natura è necessario avere maturato un’esperienza che si può fare solo sul campo.
Insomma, in questi settori non ci si improvvisa esperti né a livello di maestranze né a livello di tecnici e ingegneri».

Anche a un livello di ingaggio più alto, come quello delle grandi opere, si sfrutta lo strumento del passaparola oppure ci sono altre vie meno informali e più oggettive?
«Spesso il contatto diretto anche tra componenti della stessa squadra è uno dei percorsi che si osservano, a tutti i livelli. E questo accade anche per i ruoli di middle management in cantiere, che solitamente sono ricoperti da ingegneri che si sono costruiti una specializzazione/formazione particolare.
Osservo anche che sempre più spesso le grandi aziende approfittano dei career day che le varie università organizzano presso le loro sedi. Non posso però non segnalare come stiano nascendo percorsi universitari post-laurea specialistici che si prefiggono proprio di fornire abilità e conoscenze specifiche per il settore “geo” e il settore del “tunnelling”. Io stesso sono il Coordinatore del primo percorso di master internazionale post-laurea in “Tunnelling and Tunnel Boring Machines” che ha ormai raggiunto la dodicesima edizione e constato quotidianamente che per fornire le basi progettuali e di gestione di un cantiere di gallerie non bastano i normali corsi di laurea, ma è necessario un percorso di oltre un anno di formazione».

Quindi il passaparola funziona anche per la ricerca di profili più alti…
«Sì, e oltrepassa il dato curriculare. Studi di ingegneria e imprese spesso mi chiedono se conosco ingegneri con uno o due anni di esperienza disposti a lavorare, e io non posso che rispondere che si tratta di “merce rara”. Conseguentemente, per le imprese e per gli studi di ingegneria, disporre di un database qualificato e controllato, è certamente un “plus” di cui si deve tenere conto».

Gli operai ingaggiati all’interno dei grandi cantieri, nonostante il curriculum specialistico e importanti esperienze pregresse, devono poi sottoporsi a un addestramento prima di poter calzare l’elmetto. Questo comporta spese extra per le aziende, e non sempre la risorsa risulterà idonea. Come si può superare questo problema?
«Abbiamo bisogno di scuole di formazione professionale di livello adeguato da un lato, eventualmente sostenute da un pool di aziende che possano fare sinergia anche con gli enti formatori territoriali, e dall’altro disporre di data-base adeguati per una scelta che minimizzi il problema.
C’è poi il tema della formazione continua degli operatori al mutare delle tecnologie, e qui cito l’esempio del calcestruzzo proiettato: all’estero sono disponibili corsi di qualificazione che forniscono, a seguito di percorsi specifici, una patente che certifica che il lavoratore abbia seguito un iter formativo sia teorico che pratico adeguato. E quindi garantiscono sia le imprese che i committenti rispetto alla qualificazione del personale. Certamente se esistessero delle realtà professionali capaci di disporre delle informazioni in merito alle qualifiche necessarie, si riuscirebbe ad abbinare le maestranze giuste all’esigenza specifica, senza disperdere energie in ricerche lunghe e dispendiose».

Che fine fa il mio curriculum?

Che fine fa il mio curriculum?

Sono molti i dubbi che assalgono i candidati una volta iscritti a un portale di ricerca del lavoro, tra assenza di risposte e lunghe e frustranti attese. Ecco quello che accade invece in geoJOB.

Non riuscire a identificare subito le persone che posseggono una particolare specializzazione è il tipico problema delle agenzie per il lavoro generaliste. In questo geoJOB è facilitato perché non deve discriminare tra elettricisti, autisti, gruisti o escavatoristi ma scegliere soltanto le diverse professionalità all’interno di un ambiente specifico che è appunto il settore delle costruzioni, dell’impiantistica e delle infrastrutture.
Il lavoro “dietro le quinte” di un’agenzia del lavoro come geoJOB è dunque quello di riuscire a identificare per ognuno dei profili caricati sul sito una classificazione ottimale che tenga conto, in primo luogo, della competenza prevalente del lavoratore (cartogessista, pavimentista, decoratore ecc.) e poi di altre variabili aggiuntive come, l’esperienza, le altre competenze e, non meno importante, il luogo di residenza.
Ogni curriculum va al suo posto. È un po’ come mettere un attrezzo in un preciso scomparto dedicato, in modo tale da avere sempre a portata di mano una risorsa utile e facilmente rintracciabile sulla base di una classificazione per tipi e soggetti.
Sembra molto freddo, come metodo, ma è efficace. Ma intendiamoci, c’è anche una parte “calda”, quella della relazione, della telefonata e dell’incontro con il recruiter. Ma di questo ne parliamo dopo. Non prima di aver capito qual è il sistema di selezione recruiting adottato da chi si occupa di selezione.

Il solito vecchio metodo, i soliti errori
Molto spesso sono proprio i nostri colleghi degli uffici del personale ad ammettere di prendere in considerazione solo i curriculum di coloro che hanno avuto contatti con la loro azienda in precedenza, sia esso un fornitore, un ex collaboratore o l’amico dell’amico. Insomma, il passaparola la fa ancora da padrone nel nostro settore. Con tutti i rischi e le distorsioni che tutto questo comporta.
Che è esattamente quello che accade nella piccola impresa, dove si cercano spesso operai e maestranze sulla base delle proprie conoscenze personali, dando per buoni molti passaggi intermedi ma decisamente importanti, solo perché così si evita di “perdere tempo a far colloqui con chi poi non sa lavorare”.
Ebbene noi crediamo che questo sia il metodo più sbagliato e sicuramente il più dispendioso da adottare nel mondo del recruitment, perché in questo modo le vere professionalità non riusciranno mai a emergere, quando invece andrebbero premiate ben al di là delle conoscenze discrezionali, cioè personali e private.
Quello che facciamo all’interno di geoJOB va dunque in tutt’altra direzione: per prima cosa è il curriculum a parlare per il lavoratore e poi, se c’è interesse rispetto alle caratteristiche del profilo, avviene anche il contatto diretto. Ma nulla è scontato.

La rivoluzione digitale: che cosa accade in geoJOB
Grazie a un ATS (Applicant Tracking System), geoJOB è in grado di raccogliere i curriculum con un’unica soluzione centralizzata. Non solo, può al tempo stesso pubblicare gli annunci di lavoro, organizzare i profili raccolti, passando dall’analisi alla ricerca dei candidati nel proprio database fino a organizzare i colloqui e coordinare l’intero team di recruitment.
Il software in questione permette un notevole risparmio di tempo e la riduzione al minimo del lavoro manuale, ottimizzando l’intero processo di recruiting.
Ogni candidato che invia il proprio CV riceve un messaggio via e-mail che conferma la propria registrazione e comunica le credenziali di accesso all’area riservata del nostro sito. I profili e i relativi CV, che possono essere spediti in ogni tipo di formato, sono registrati all’interno del database del software: in questo modo, tutte le informazioni utili risiedono in un archivio unico accessibile ai recruiter.
Questa procedura, di per sé molto semplice da seguire per un lavoratore che abbia un minimo di dimestichezza con Pc o smartphone, s’incastra magnificamente con un altro asset peculiare di geoJOB: e cioè il sistema di georeferenziazione che fornisce annunci di lavoro in base alla posizione di un cantiere edile e permette alle aziende di trovare i professionisti di cui hanno bisogno disponibili in quell’area precisa. Questo strumento in pratica imposta una sorta di quadrante recinzione, un piccolo raggio geografico, in cui si andranno a far corrispondere domanda e offerta di lavoro.

La parte “calda”: quella che ci piace di più
Questa prerogativa di geoJOB aumenta quindi in maniera sensibile le possibilità di ingaggio per i candidati. Non di rado, infatti, si ha la sensazione che i propri dati e il proprio curriculum vengano letteralmente inghiottiti nel grande ventre degli ormai diffusissimi Job board, ovvero i portali generalisti che pubblicano annunci di lavoro e raccolgono curriculum senza dare mai feedback ai candidati. Come grandi gironi danteschi strapieni di anime dannate e senza speranza. E che spesso non portano a niente.
Il sistema di geoJOB invece, proprio grazie all’automatizzazione garantita da un software che gestisce tutte le fasi del recruiting e al sistema di geolocalizzazione, minimizza il rischio di dispersione del dato che serve alle aziende, cioè le competenze tecniche di settore. Ma la cosa che conta di più è la presenza del recruiter, una persona del mestiere che sa riconoscere i candidati di valore e sa instradarli verso i giusti percorsi. A volte basta una telefonata, un colloquio in presenza su Skype o un caffè al bar. Ed è questo che rende geoJOB, al di là delle sue specificità digitali, un portale unico nel suo genere. Provare per credere!

Essere “always on” aiuta a trovare lavoro

Essere “always on” aiuta a trovare lavoro

Essere sempre connessi significa moltiplicare le proprie opportunità di lavoro, ma occorre attrezzarsi bene. Vediamo come.

Quando si cerca lavoro, il curriculum è il miglior biglietto da visita per presentarsi alle aziende. Quello che un tempo era un semplice foglio di carta è oggi diventato un documento digitale da trasmettere via e-mail o caricare agilmente sui portali di offerte di lavoro. Ed è proprio per questa sua natura “immateriale” che occorre considerare il curriculum come uno strumento da portare sempre con sé. Dove? Sullo smartphone, ovviamente.

Grazie, amico smartphone!
Siamo sempre di corsa, e in questo faticoso rally quotidiano il nostro aiutante e navigatore è proprio lui, lo smartphone. È sempre con noi e ci consente di tenere in ordine ogni cosa, famiglia, amici, impegni e orari. Tutto grazie alle tante app che ci semplificano la vita e le relazioni, organizzando la nostra giornata in una prospettiva prettamente “mobile”.
Ebbene, questo piccolo computer portatile chiamato smartphone serve oggi più che mai nel mondo del lavoro perché ci aiuta a sfruttare meglio tutte quelle occasioni che si presentano quando meno ce lo aspettiamo.
Lo smartphone diventa così uno strumento utile nella ricerca di lavori da prendere al volo, quelli in cui occorre essere scattanti e mostrarsi disponibili prima degli altri. Ma bisogna essere ben attrezzati per poterlo fare. Vediamo perché…

Uno stile di vita
È chiaro che stiamo parlando di una forma mentis del tutto diversa dal passato, in cui siamo “sempre connessi” e disponibili a dialogare e confrontarci con il mondo. Essere “always on” vuol dire tante cose, come pagare la spesa o i biglietti dell’autobus, ma anche chattare, fare banking online oppure leggere le ultime news o le previsioni del tempo. Ma significa anche avere il curriculum sempre pronto da inviare a chiunque in tempi ultrarapidi. È per questo che il curriculum deve essere sempre disponibile nell’archivio del cellulare o dello smartphone, pronto a essere trasmesso via e-mail o caricato sui portali di annunci di lavoro.
Un curriculum ben fatto, leggero e in pdf consente infatti la massima flessibilità di invio in ogni occasione.

Curriculum sempre a portata di mano
E dal momento che trovare un lavoro è diventato esso stesso un lavoro, dobbiamo semplificarci la vita e rendere tutta la faccenda meno complicata.
Da dove partire quindi? Dal curriculum, o meglio, dal luogo in cui riporlo e aggiornarlo di volta in volta. Lo smartphone si presta benissimo a questo scopo ed è facile sfruttare le tecnologie e le app gratuite per redigerlo velocemente e tenerlo sempre pronto all’invio.
Molte di queste applicazioni, come Curriculum Free, CV Builder o CV Maker, hanno un’interfaccia piuttosto semplice e sono progettate per scrivere un curriculum dall’aspetto professionale e permetterne la trasmissione successiva via e-mail.
In parole povere, con applicazioni simili è possibile creare un CV in pochi minuti e con un look molto accattivante. Ma l’importante è non dover dipendere dal pc o da una postazione fissa e riuscire ad avere il curriculum sempre con sé, sullo smartphone, pronti a modificarlo, mostrarlo e inviarlo alla prima occasione, ovunque ci si trovi.

Moltiplicare le occasioni di ingaggio
Non si può negare che essere sempre connessi significa anche rimanere costantemente attivati, sempre sull’attenti e disponibili. E sicuramente la schiavitù dell’essere “always on”, soprattutto sui social networks, comporta un certo stress e un buon grado di imbarbarimento nelle relazioni reali, quelle di persona. Ma forse è solo una questione di allenamento e di educazione: in buona sostanza, occorre imparare a utilizzarli al meglio e a non farsi sfuggire di mano la propria vita.
D’altronde l’uso dello smartphone per la ricerca del lavoro non è molto diverso dall’impiego che ne facciamo quando abbiamo a che fare con le nostre relazioni amicali sui social.
Soltanto che qui stiamo parlando di una cosa molto seria, stiamo parlando di occasioni di impiego! E forse è meglio sintonizzarsi meglio su quello che è in grado di offrirci il potente e dinamico mondo della Rete, dove le occasioni di lavoro ci sono, eccome, ma occorre mettersi bene in ascolto per intercettarle. In sostanza, bisogna fare “fine tuning” e sintonizzarsi meglio.
Insomma, non è vero che oggi il tempo manca per via dei social network. Il tempo è lo stesso. Piuttosto è cambiato il modo in cui vogliamo impiegarlo. E a noi di geoJOB sembra che la ricerca del lavoro sul web sia sempre un tempo ben speso. Voi che ne dite?

Elogio del passaparola

Elogio del passaparola

Quando si aiuta qualcuno a trovare un lavoro, occorre sempre pensare alle possibili conseguenze di quest’operazione. Senza un’osservazione diretta delle reali competenze, si rischia infatti di combinare grossi guai. 

A tutti è capitato di aiutare qualcuno, un amico o un conoscente, a trovare lavoro, di sostenerlo nel momento del bisogno, e poi scoprire che questa persona ti sta facendo fare una brutta figura. L’azienda che ha ingaggiato questo candidato, per il quale tu ti sei esposto personalmente, si è rivelato inefficiente o improduttivo, in ogni caso non all’altezza della posizione da coprire.
Questa situazione avviene più spesso di quanto si pensi, e mette in serio imbarazzo due professionisti: tu, innanzitutto, che hai fatto la figura del mediatore sciocco e superficiale, e l’HR manager o il Responsabile della Commessa dell’azienda che ora dovrà comunicarti che quella persona era proprio sbagliata per quell’incarico. Insomma, un bel pasticcio!

Segnalazione, raccomandazione, aiutino…                  
Quante telefonate, messaggi e annunci si fanno con l’intenzione di dare il nostro contributo affinché le persone segnalate possano trovare un lavoro. Spesso ci si trova a passare dei nominativi, dei numeri di telefono, senza sapere bene se il profilo della persona è in linea con la ricerca operata dall’azienda. Tanta, tanta fatica per nulla. Come uscire allora da quest’impasse?
Innanzitutto occorre smettere di fare distinzione tra “segnalazione” e “raccomandazione”. Tutto ciò che non è accompagnato da una lettura attenta del percorso curriculare del candidato è da scartare. Il curriculum è infatti l’unico documento che certifica le reali competenze e attitudini di un lavoratore. Tutto il resto è clientelismo.
In secondo luogo bisogna avere sempre come principio guida la serietà professionale e il codice etico del recruiter, tenendosi lontani da “incidenti” di percorso che possono ledere profondamente la propria credibilità e reputazione.

Ma il passaparola è importante?
È proprio per evitare cantonate e svarioni di questo tipo che noi di geoJOB diamo massimo risalto alle competenze dimostrabili da parte di un candidato. Perché crediamo profondamente nella qualità delle persone e nella loro preparazione. E soprattutto perché vogliamo evitare di fare brutte figure con le aziende che si avvarranno nel tempo dei nostri servizi.
Fatta questa doverosa premessa, la piccola segnalazione o l’indicazione del bravo professionista rappresentano uno strumento ancora molto utile per un recruiter, ed è stupido non tenerne conto. Perché? Perché si basa sull’osservazione diretta.
“Conosci un bravo escavatorista?” oppure “Hai un bravo carpentiere da segnalarmi?” sono la tipica richiesta a esprimersi su un’esperienza realmente vissuta, in cui la tua testimonianza diretta mette in gioco non soltanto la professionalità del lavoratore in questione, ma anche la tua credibilità di osservatore. E nella quale non devi mai fallire, pena la perdita di reputazione.
In un settore come il nostro, il passaparola è fondamentale perché le maestranze davvero professionalizzate sono piuttosto difficili da ricercare e non basta certamente la semplice lettura di un freddo pezzo di carta, qual è il curriculum.

La reputazione sopra a tutto
La tendenza a utilizzare la conoscenza diretta e le segnalazioni personali come canale privilegiato dipendono inoltre dal fatto che ci si trova spesso a dover impiegare lavoratori in fretta e furia, e non c’è né il tempo né la possibilità di raccogliere tutte le candidature, vagliarle, selezionarle e convocare i lavoratori per un colloquio.
In geoJOB facciamo quindi un lavoro fino e di grande equilibrio, andando a intercettare i curriculum giusti in tempi molto rapidi e cercando di ottimizzare la nostra ricerca prendendo in considerazione anche l’esperienza e l’osservazione diretta dei lavoratori, giudicando quindi più fonti.
E tutto questo avviene senza passare attraverso la scelta discrezionale o partigiana di un candidato. Ma solo attraverso la valutazione delle competenze. Perché per noi la reputazione è importante.

Il sentiero virtuoso tracciato dal BIM

Il sentiero virtuoso tracciato dal Bim

Il tema della digitalizzazione entra nel mondo dei cantieri attraverso il BIM portando vantaggi indiscutibili, sia sul piano progettuale sia sul versante dei processi e dei costi. Vediamo perché. 

Dal 1° gennaio è in vigore il cosiddetto Decreto Bim, ossia l’obbligo di digitalizzare gli appalti pubblici attraverso l’utilizzo del Building Information Modelling. Si tratta di una vera e propria rivoluzione per un settore alquanto riluttante all’adozione delle innovazioni digitali e piuttosto impreparato ad accoglierne una così dirimente come il Bim.
Il decreto ministeriale n. 560 del 2017 ha infatti stabilito l’obbligatorietà dai primi del 2019 per le opere al di sopra dei 100 milioni di euro, con un progressivo abbassamento della soglia negli anni successivi (50 milioni per il 2020, 15 milioni nel 2021 ecc.) fino a spingerlo su tutto il sistema dei lavori pubblici entro il 2025. Un processo inesorabile che cambierà il volto dell’intero settore. Essendo il Bim una precisa “rappresentazione digitale di caratteristiche fisiche e funzionali di un oggetto” permetterà una riconoscibilità e tracciabilità di tutte le fasi realizzative di una costruzione, identificando caratteristiche fisiche, provenienza e costi di ogni singolo elemento o processo impiegato. Oltre a permettere quindi l’interoperabilità fra le tante figure professionali che partecipano alla realizzazione di un progetto, il sistema elimina gli errori progettuali prima della fase di cantiere e argina così le costose varianti in corso d’opera, offrendo un controllo costante dei tempi di realizzazione. E soprattutto la certezza dei costi finali. Uno strumento virtuoso, quindi.
Naturalmente l’introduzione del Bim avrà un effetto benefico anche sulla prevenzione della corruzione in tanti appalti e contratti.
È chiaro che il settore delle costruzionideve confrontarsi con una nuova normativa per la quale ci saranno resistenze nel corso della sua attuazione e che, probabilmente, rischierà di mettere in difficoltà piccole e grandi imprese per la presenza di un gap digitale, cioè per mancanza di competenze.
Abbiamo rivolto questi dubbi a un esperto del settore, Federico Pigliapoco, Bim Coordinator e membro della Commissione Bim presso l’Ordine degli Ingegneri di Ancona

Il Bim si propone di non ostacolare la concorrenza e di facilitare il compito agli operatori, accelerando i processi e ottimizzando i costi. Eppure gli ostacoli da superare sembrano tantissimi. È solo una sensazione?
«Sì, è solo una sensazione. Bisogna certamente ammettere che molti operatori vivono l’obbligo del BIM come una norma fastidiosa perché imposta dall’alto. Ma il livello di preparazione dei progettisti è complessivamente piuttosto elevato, e quindi sono pronti a recepire questa novità, che era comunque nell’aria ormai da molti mesi. D’altronde è giusto ricordare che l’Italia ha una posizione invidiabile rispetto alla dimestichezza del BIM, unico Paese assieme al Regno Unito ad aver sviluppato una propria normativa di riferimento che recepisce le normative ISO. Quindi da questo punto di vista quello che è stato fatto a livello governativo è molto positivo. Certo, il tema della digitalizzazione entra nel mondo dei cantieri un po’ più in ritardo rispetto ad altre industries, ma questo fa parte di un gap digitale che è strutturale per il nostro settore». 

La caratteristica principale del sistema è la collaborazione fra le diverse figure professionali. Ma sono davvero formati i professionisti all’utilizzo del Bim? Chi lo sa impiegare è appena laureato oppure ha fatto un master specifico. Stiamo comunque parlando di persone d’età compresa tra i 27 e i 32 anni.
«È vero, se dobbiamo guardare alla semplice professionalità mostrata a livello nominale, cioè per titoli e attestati, la maggior parte dei profili di BIM Specialist è composta da ragazzi giovani, che hanno fatto corsi di formazione o si sono “masterizzati” da non più di due anni. Non bisogna però farsi confondere dall’equazione giovani = BIM, perché sulla piazza ci sono moltissimi professionisti esperti che vantano una grandissima esperienza di progettazione e gestione di cantieri più o meno complessi e che, se correttamente coinvolti, diventano fondamentali per l’implementazione di procedure e metodologie innovative. Non credo infatti che neolaureati con master da “BIM Manager” o un semplice corso, privi di esperienze di progettazione o gestione di progetti realmente in BIM, possano adempiere subito al compito così impegnativo della gestione informativa. L’esperienza fatta sul campo resta ancora dirimente». 

Gli studi di progettazione sembrano molto più avanti rispetto alle aziende di costruzioni in termini di competenze BIM e, in generale, di competenze digitali…
«Gli studi privati sono pronti in buona parte a lavorare con questa metodologia, e sto parlando degli studi di ingegneria e di architettura che si occupano solo di progettazione. Mentre invece per le grandi aziende di costruzioni il discorso è ancora un po’ diverso: se fino a pochi anni fa i grandi gruppi delegavano la modellazione in BIM all’esterno, oggi stanno iniziando a dotarsi di un ufficio tecnico in grado di sviluppare progetti con questa metodologia attraverso personale interno ben formato». 

E le piccole e medie imprese, a che punto sono?
«Le Pmi non sono ancora pronte, e spesso si rivolgono a personale formato con semplici corsi di breve durata che non possono certamente sostituire anni e anni di esperienze di progettazione in cantiere. E che lasciano quindi il tempo che trovano. Cionondimeno il settore sente, ormai a tutti i livelli, la necessità di una maggiore digitalizzazione dei processi, e questo è forse l’effetto migliore dell’introduzione dell’obbligo di questo strumento operativo.  Quindi, va molto bene la voglia di cambiamento. L’importante è però non svilire il significato originario dell’approccio BIM, che non deve essere banalizzato fino ad arrivare all’attribuzione di un’etichetta di qualità ormai svuotata di sostanza. La gestione informativa deve essere giustamente introdotta con una gradualità dell’obbligo, perché è ormai il mercato che la esige. Solo con la digitalizzazione dei processi è infatti possibile l’accesso alle medesime informazioni da parte di tutti gli attori della filiera. Informazioni che possono essere interrogate in qualsiasi fase della progettazione per evitare errori, riuscendo quindi a far risparmiare alle aziende sia in termini di tempo sia in termini di costi». 

Quando la scuola entra in cantiere

Ha sede a Bergamo una grande fucina delle professionalità più richieste dai cantieri nonché un prestigioso laboratorio di formazione.

La Scuola Edile di Bergamo ha appena compiuto 35 anni e a pieno titolo rappresenta un vero e proprio riferimento nel mondo della formazione in grado di garantire l’aggiornamento e la crescita professionale costante degli operatori del processo produttivo edilizio.
L’istituto, che fa capo al Formedil, l’Ente Paritetico Nazionale per la formazione in edilizia, effettua corsi triennali per i ragazzi che hanno terminato le scuole medie e che scelgono di intraprendere la professione edile, ma svolge anche corsi di formazione continua per i lavoratori adulti, iscritti alla Cassa Edile di Bergamo. E in ultimo, cosa non meno importante, realizza attività di consulenza tecnica sulla sicurezza a imprese e lavoratori.
Insomma, il famigerato muratore di Bergamo nasce proprio qui, tra i banchi di questa scuola che ogni anno forma decine di studenti pronti a inserirsi nelle imprese di costruzioni con ruoli operativi e a entrare nel mondo dei cantieri. E per dirla tutta, molto spesso è proprio il cantiere a chiedere nuove risorse professionali ancor prima che la scuola termini il proprio ciclo.
Si tratta dunque di una scuola di settore che sorge all’interno del contratto nazionale e capace di rispondere in maniera efficace alle esigenze del mercato del lavoro sostenendo lo sviluppo dell’edilizia stessa. Ne parliamo con Fabrizio Plebani direttore generale della scuola edile, che ci illustra le peculiarità della scuola.

La Scuola Edile di Bergamo è un punto di riferimento per la filiera delle costruzioni bergamasca, ci può descrivere la vostra attività?
«La Scuola Edile di Bergamo è un ente bilaterale, gestito in maniera paritetica dall’organizzazione dei costruttori bergamaschi Ance Bergamo e dai sindacati dei lavoratori edili bergamaschi Feneal Uil, Filca Cisl, Fillea Cgil. Sui banche della Scuola Edile di Bergamo lo scorso anno sono passate circa 6mila persone: ci sono i ragazzi del percorso triennale, lavoratori del settore edili venuti a formarsi sui temi dell’innovazione e dell’aggiornamento professionale, c’è tutta la formazione per la sicurezza sviluppata in collaborazione con il sistema artigiano, ci sono poi le attività formative rivolte ai professionisti che operano nel settore (ingegneri, architetti, geometri e periti) oltre a una serie importante di collaborazioni con istituti ed enti che a vario titolo agiscono nel settore (Università, istituti superiori, Inail, Ordini professionali, Ats, Dtl, Regione, Provincia).
Negli ultimi anni, accanto alle attività formative, abbiamo sviluppato una serie di servizi per le imprese e i lavoratori del settore: supporto all’utilizzo dei fondi interprofessionali (principalmente Fondimpresa), il servizio di sorveglianza sanitaria, la consulenza tecnica sulla sicurezza in cantiere, siamo accreditati in Regione per i servizi per il lavoro, e molte, molte altre cose…».

La Scuola è conosciuta a livello nazionale perché offre un percorso di tre anni in cui fortissima è l’alternanza scuola-lavoro: ci può descrivere che cosa prevede questo tipo di formazione?
«Il percorso triennale è sicuramente tra le attività formative più importanti per noi perché è lì che si costruisce il futuro del nostro settore. La parte del tirocinio da sempre caratterizza fortemente il nostro percorso e molte volte il rapporto che si crea tra ragazzo e impresa si trasforma in un’assunzione. L’altro elemento che ci caratterizza sono tutte le attività pratiche che svolgiamo con i ragazzi all’interno dei nostri laboratori. Il resto del percorso è allineato con le indicazioni di Regione Lombardia e si pone l’obiettivo di formare operatori edili con competenze teoriche e pratiche utili nell’edilizia moderna».

Quali sono oggi le figure professionali maggiormente richieste dalle imprese del settore?
Le imprese del settore attualmente ricercano un po’ tutte le figure professionali che popolano il settore delle costruzioni. Il momento attuale è caratterizzato da una forte richiesta di personale. Uno degli effetti della crisi che oggi sta creando difficoltà è proprio questo, la difficoltà di fare entrare nel settore nuove persone».

Operaio specializzato versus operaio polivalente: chi è il più richiesto oggi sul mercato e come è cambiata nel corso degli ultimi anni la domanda di lavoro da parte delle aziende?
«Dipende da come è organizzata l’impresa, dalla sua struttura e dal modo in cui organizza il suo modus operandi in raccordo con la filiera. Ci sono imprese che prediligono operai polivalenti capaci di controllare l’operato di ditte specializzate in lavorazioni particolari che operano in subappalto. Di contro, ci sono imprese che prediligono internalizzare anche le lavorazioni più specialistiche e che quindi hanno bisogno di figure specializzate al loro interno. Ci sono infine modelli di impresa ibridi, che hanno trovato il loro equilibrio organizzativo internalizzando alcune lavorazioni specialistiche e subappaltandone altre».

Quanti studenti conta attualmente la Scuola Edile di Bergamo? Si sono verificate flessioni delle iscrizioni negli ultimi anni?
«Il percorso triennale conta al momento circa 60 ragazzi. Si tratta di figure molto richieste, al punto che a giugno dello scorso anno abbiamo ricevuto richieste di assunzioni per il doppio degli studenti che avevano terminato il percorso. Al momento un po’ tutta la filiera formativa del settore delle costruzioni sta soffrendo, paradossalmente proprio nel momento in cui le imprese hanno un disperato bisogno di figure nuove nel settore».

Come se ne esce?
«Se ne esce facendo capire che il comparto delle costruzioni ha un futuro importante per il nostro territorio. E’ un settore in forte cambiamento, che sa valorizzare le risorse. Ci sono persone che hanno frequentato la Scuola Edile e che poi sono diventate imprenditori o si sono laureate in Ingegneria. Stanno cambiando i processi di lavoro, i materiali, le figure professionali. Dobbiamo far cambiare anche la percezione che la società ha del nostro settore, una percezione ancora fortemente legata alla crisi. E dobbiamo farlo anche attraverso una maggiore attenzione ai temi della sicurezza e della regolarità collegati all’applicazione del Contratto Edile».

Centrale di Progettazione? No grazie!

Centrale di Progettazione? No grazie!

C’è un tema che sta creando da molti giorni un’accesa discussione nel settore delle costruzioni, ed è quello della Centrale di Progettazione. Una struttura che avrà il compito di “favorire lo sviluppo e l’efficienza della progettazione e degli investimenti pubblici, contribuire alla valorizzazione, all’innovazione tecnologica, all’efficientamento energetico e ambientale nella progettazione e nella realizzazione di edifici e beni pubblici”, come recita il testo della Legge di Bilancio 2019 dentro cui è contenuto questo provvedimento (commi dal n.162 al n.170).
Ebbene, questo nuovo organo, il cui nome esteso è Struttura per la progettazione di beni ed edifici pubblici, è per molti professionisti del settore una vera iattura dal momento che l’idea di riportare in seno all’amministrazione pubblica l’attività di progettazione rappresenta non solo un ritorno al passato, ma rallenterà a dismisura gli iter realizzativi degli appalti e farà chiudere parecchi studi privati.
Sul piede di guerra sono soprattutto gli ingegneri e gli architetti, cioè coloro che più verranno penalizzati da questa novità. Difficile credere, infatti, che questo nuovo organismo centralizzato possa progettare e vagliare tutto quello che serve sull’intero Paese.
La progettazione richiede inoltre figure altamente professionalizzate il cui compito difficilmente potrà essere assolto da un numero così limitato di dipendenti. La norma prevede infatti (comma n.165) l’assunzione a tempo indeterminato di un massimo di 300 unità di personale, con prevalenza di personale di profilo tecnico per una percentuale almeno pari al 70 per cento, a livello impiegatizio e di quadro. A conti fatti si tratta di soli 210 dipendenti tecnici. Per coprire tutto il territorio nazionale!
Insomma, il rischio di intasamento da “bottleneck” è davvero dietro l’angolo.
Abbiamo chiesto a Bruno Finzi, presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Milano, qual è l’umore di colleghi rispetto a questa controversa questione.

La progettazione prevede di essere presenti sul posto, fare rilievi e conoscere le problematiche dei cantieri e del territorio in senso lato. Come si può redigere un progetto in maniera centralizzata, standardizzata e soprattutto disgiunta dal contesto reale?
«La progettazione integrata BIM (Building information modelling, ndrrichiede la necessità di unire le competenze di diversi professionisti in un unico gruppo per arrivare a una progettazione che possa coprire tutto il ciclo di vita della costruzione a vantaggio della committenza. In questo senso è impossibile che ciò possa avvenire, con risultati soddisfacenti, completamente all’interno dell’Amministrazione Pubblica. È dimostrato al contrario come l’affido all’esterno della progettazione BIM richieda da parte dell’Amministrazione Pubblica un ruolo strutturato e formato di RUP (Responsabile unico del procedimento, ndr) e di controllo di processo a completamento del gruppo di progettazione sempre esterno all’Amministrazione».

Quali osservazioni avete fatto al ministero rispetto ai dubbi che solleva in voi e in altre professionalità l’istituzione della Centrale di Progettazione?
«La centralizzazione non è di per sé sinonimo di qualità o di certezza di ottenimento di buoni risultati. Bisogna pensare a formare, istruire e creare all’interno dell’Amministrazione sia RUP sia project manager che possano supportare i gruppi di progettazione esterna. Questo è quello che avviene in tutti i paesi del mondo».

Avete presentato delle proposte alternative alla Centrale di Progettazione?
«La Rete delle Professioni Tecniche che include anche gli ingegneri ci ha provato, ma senza alcun risultato».

Il provvedimento è in linea con i principi di concorrenza comunitari? Non c’è il rischio di creare un unico soggetto monopolista, per di più statale?
«Non ci interessa tanto la questione di concorrenza o monopolio, quanto il risultato delle progettazioni che si riveleranno un disastro per questo paese il quale ha invece bisogno proprio dell’opposto, ossia di buona progettazione al servizio di un’Amministrazione che sia in grado di gestirla e realizzarla».

Il “buon curriculum” del lavoratore edile

Come redigere un curriculum per lavorare nei cantieri. Poche regole per scrivere semplicemente!

Sembra facile scrivere il proprio curriculum, ma non è proprio una passeggiata. Hai mai pensato a chi lo leggerà? Prova allora a metterti nei panni del reclutatore o dell’azienda che sta cercando un professionista dei cantieri. Ma non spaventarti. Scriverlo non è così complicato.
Per redigere un buon curriculum ti servono poche, semplici cose. Ma devono essere quelle giuste. Essenziali.

Cominciamo…

Innanzitutto occorre organizzare le informazioni intorno a tre gruppi di dati. Che sono:
• le informazioni anagrafiche;
• le attività svolte in passato;
• la propria formazione.
Dopodiché potrai aggiungere anche i fronzoli, vale a dire gli hobby, le attitudini, gli sport e altre cose non meno importanti, che serviranno senz’altro a valorizzare il tuo curriculum e a far comprendere ai reclutatori le abilità trasversali che possiedi, quelle che i manager delle risorse umane interessano tantissimo. Ma ricorda, le cose più importanti sono quelle tre iniziali.
Cominciamo allora dalla prima…

Le informazioni anagrafiche

Noi consigliamo di essere sempre essenziali nel redigere il proprio curriculum. Pensiamo che in una pagina ci possa stare tutto, e questo vale anche per chi è verboso e non smetterebbe mai di scrivere di sé.
Queste informazioni sono molto facili, e servono a far capire chi sei e come contattarti.
Si tratta quindi di inserire dati ovvi come: nome e cognome, data e luogo di nascita, nazionalità, stato civile, eventuale partita Iva, indirizzo di residenza e contatti (numero di telefono, cellulare, e-mail). Importante è infine la parte che riguarda la patente, perché avere anche la C, la D o un patentino speciale può rappresentare un punto di vantaggio nel nostro settore.
Anche la conoscenza delle lingue (inglese, francese, tedesco…) può essere interessante, e va sempre accompagnata da un aggettivo adatto (conoscenza di base, avanzata, fluente…).

Le attività svolte in passato

Il curriculum è l’autocertificazione del tuo percorso lavorativo. Le tue esperienze professionali devono quindi essere evidenziate in poche righe per permettere a chi ti leggerà di identificare immediatamente il ruolo e le mansioni che hai svolto in passato.
È quindi utile partire dall’ultima esperienza lavorativa per poi, a scalare, descrivere quelle precedenti.
Ogni singolo lavoro deve essere preceduto dal periodo di tempo in cui è stato svolto. Ad esempio: “aprile 2010 – ottobre 2013: addetto alla realizzazione rivestimenti murali presso Edil Onions di Giarratana (RG): pareti divisorie, lineari e architettoniche; pareti e supporti personalizzati, antincendio / antiumidità; realizzazione di controsoffittature lineari, sagomati e architettonici; realizzazione di supporti specifici per isolamento termico e acustico.”
In poche righe si riesce così a mettere in evidenza tutte la mansioni e le specializzazioni maturate in passato, andando anche nello specifico. Ma sempre con poche, sintetiche, parole, soltanto quelle giuste.
Molto importante è poi dividere queste singole esperienze in piccoli blocchi di testo, magari usando gli elenchi puntati di word.

La formazione

La terza sezione è quella della formazione, che parte dall’ultimo titolo scolastico conseguito. Questa parte è davvero importante, non sottovalutarla.
Se hai fatto la Scuola Edile, è giusto segnalare il nome della scuola, dove si trova e in quali anni l’hai frequentata. Se inoltre hai compiuto un ciclo di tirocinio o di qualificazione già ai tempi della scuola, segnala il tipo di percorso fatto e spiegalo con cura. Può risultare molto utile a chi leggerà il tuo curriculum.
Le esperienze di formazione successive vanno ovviamente messe bene in evidenza perché permettono di inquadrare il tipo di professionalità e di specializzazione sviluppata dopo la scuola, quando sei entrato nel mondo del lavoro. Si tratta di indizi fondamentali per i reclutatori e per le aziende. Anche qui occorrerà segnalare gli anni in cui hai conseguito i singoli titoli, accompagnati dai nomi degli enti e delle scuole di formazione nei quali hai seguito i corsi.

E infine le competenze trasversali

Eccoci arrivati ai dettagli finali, che generalmente vengono chiamati “Interessi, hobby e tempo libero”, tutte cose che possono apparire ornamentali, ma che fronzoli non sono.
In questa parte del curriculum dovrai cercare di parlare di te, delle cose che ami e delle attività extra professionali che ti hanno appassionato e che ti appassionano ancora, cercando di metter in evidenza gli elementi del tuo carattere. Sapere quali sono i tuoi interessi può servire al selezionatore per capire qualcosa in più su di te e tracciare meglio il tuo profilo. E’ in questa sezione del curriculum che emergono le tue competenze trasversali, quelle che possono fare la differenza nella scelta di un candidato.
Non basta infatti dire di avere “ottime capacità competenze relazionali”, o una “grande attitudine al problem solving”, oppure una “forte etica del lavoro”. Queste cose le dici tu, e vuoi fare bella figura, è giusto. Ma andrebbero verificate. E il modo migliore per farlo è documentarle attraverso attività che hai svolto davvero. Per esempio, giocare o aver giocato a calcio o a basket a un certo livello suggerisce che sei capace di lavorare in team.
Se invece ami gli sport estremi e individuali può voler dire che hai disciplina e sai quando assumerti dei rischi, tutte caratteristiche desiderabili per un ruolo di guida o di comando.
Ma ricorda: tutto ciò che inserisci nel curriculum può diventare un facile bersaglio durante il colloquio, per cui non barare. Devi essere sicuro di esprimere la tua passione per ciò che hai scritto. Altrimenti diventa un boomerang!
In ogni caso il racconto dei propri hobby e interessi, che possono comprendere anche le conoscenze informatiche, è importante e va esposto con cura. E stai tranquillo che queste competenze non vengono affatto trascurate dai recruiter.

Un aiuto da geoJOB

Noi di geoJOB sappiamo che molto spesso i lavoratori arrivano a casa dai cantieri distrutti dalla stanchezza, e che l’ultima cosa che vorrebbero fare è quella di sedersi davanti al computer per scrivere il curriculum. Hanno cose più urgenti da fare, giustamente.
E proprio per questo il team di geoJOB assisterà molto presto i lavoratori del settore edile per migliorare, su prenotazione e inviando una mail di richiesta, la presentazione del proprio curriculum, approfondire l’attività professionale e valutare le offerte di lavoro da evadere.
Un servizio in più per chi si alza tutti i giorni alle 5 di mattina mentre tutti dormono.

Disintermediare: perchè no?

L’incontro “disintermediato” tra domanda e offerta ha di recente iniziato a fare breccia nel mondo del lavoro, permettendo alle imprese di reperire valide professionalità senza dover ricorrere a società di selezione specializzate.
Il vantaggio della disintermediazione è duplice, per le aziende e per i lavoratori: le prime non devono attendere tempi lunghi per trovare un professionista idoneo a svolgere determinate mansioni; i lavoratori possono invece rendersi disponibili assecondando il proprio desiderio di flessibilità e crearsi così nuove opportunità di guadagno. 1

Una logica win-win

L’eliminazione delle figure di mediazione, quelle che solitamente operano nella vendita e nella distribuzione di beni e servizi, porta quindi importanti benefici. Ma non è sempre stato così.

Sembrerà strano, ma la disintermediazione ha una storia piuttosto recente, perché è legata intimamente all’evoluzione dei new media.

In ambito economico il termine fu coniato già nel 1983 da un ambientalista californiano, Paul Hawken, impegnato nello studio del difficile rapporto tra economia e sostenibilità. Secondo l’attivista americano l’avvento delle nuove tecnologie avrebbe allargato a un pubblico sempre più vasto la possibilità di gestire in totale autonomia tutta una serie di attività, a cominciare da quelle finanziarie.
Il concetto ebbe scarso appeal per tutti gli anni Ottanta ma venne rilanciato sul finire dei Novanta con lo sviluppo globale di internet, quando la larga diffusione della rete propiziò la nascita dell’e-commerce e di nuovi di servizi, governabili da chiunque direttamente dal proprio desktop.

Più vantaggi per i professionisti

La progressiva eliminazione di intermediari nelle transazioni di beni e servizi ha nel tempo contaminato positivamente ogni settore economico, favorendo la comparsa di colossi storici quali Amazon ed eBay, fino agli esempi più recenti di Uber, Spotify e Airbnb.
Ma non solo: i vantaggi della disintermediazione si sono ulteriormente potenziati con l’avvento del web 2.0 e grazie alla rivoluzione “social” che ne è seguita. E l’utilizzo degli smartphone per accedere a piattaforme di ricerca e somministrazione del lavoro sta oggi iniziando a trasformare anche i processi di acquisizione di risorse lavorative in azienda.
Con le nuove tecnologie “social” la domanda e l’offerta s’incontrano in tempo reale, favorendo l’adozione di logiche just-in-time anche nel comparto della ricerca del personale, permettendo alle aziende di beneficiare di diverse economie di scala.

La reperibilità di un professionista può infatti essere verificata immediatamente e, in caso di indisponibilità, si può prontamente interpellare un’altra risorsa valida, senza alcuna perdita di tempo e di denaro.

Ecco perché le aziende iniziano a comprendere l’importanza di questo nuovo approccio, soprattutto nel difficile settore delle costruzioni, dove la qualità dei professionisti impiegati e i costi di gestione costituiscono un “valore” tangibile e non differibile.

Luci e ombre del rapporto ANCE

L’Osservatorio sull’industria delle costruzioni, appena pubblicato da Ance, mostra uno scenario caratterizzato da forti spinte trasformative, anche molto positive, e notevoli ritardi sul versante burocratico-finanziario che creano ampi fronti di resistenza al cambiamento.
Se lo sfondo congiunturale è da parecchi mesi positivo, lo stesso non si può dire del sistema di gestione delle risorse strutturali per il settore, ancora sostanzialmente ferme al palo.
Continuano infatti a emergere grosse difficoltà nella spesa degli enti locali, i quali non riescono a sfruttare appieno le opportunità di rilancio degli investimenti offerti dalle modifiche delle regole sulla finanza pubblica. E tutto questo accade proprio mentre si registra, dopo anni di continui tagli, un vigoroso incremento degli stanziamenti per le infrastrutture (+9,2% nel 2016 e +23% nel 2017).

«Il rischio», commenta amaramente il Rapporto, «è che anche la previsione del Governo sull’aumento per l’anno in corso del 2,8% della spesa pubblica per investimenti fissi lordi, espressa nel Documento di Economia e Finanza di aprile 2017, venga rivista al ribasso. Sono anni, infatti, che le previsioni contenute nel Def vengono riviste, a causa della difficoltà di concretizzare le misure messe in campo per gli investimenti».

Nonostante ciò, secondo l’Osservatorio dell’Ance, dopo i modesti risultati del 2017, il 2018 potrebbe rappresentare un punto di svolta per il settore delle costruzioni. Le misure per il rilancio degli investimenti territoriali, l’avvio del Piano Casa Italia per la messa in sicurezza del patrimonio immobiliare e del territorio e il programma per la ricostruzione del Centro Italia, uniti al rafforzamento degli incentivi fiscali per la messa in sicurezza sismica, potrebbero avere effetti molto positivi sui livelli produttivi nel prossimo anno.

Occorrerà però superare le tante inerzie nel processo realizzativo degli investimenti pubblici, che è ancora lungo e farraginoso e rende assai difficile sfruttare al meglio le risorse disponibili.

Per rafforzare la ripresa del settore occorrerebbe inoltre garantire, secondo l’Ance, un forte sostegno al mercato edilizio innovativo, specie quello eco-sostenibile, e al tempo stesso prolungare le misure relative alla detrazione del 50% dell’Iva per l’acquisto di case in classe energetica A o B, introdotta dalla Legge di Stabilità 2016 e in scadenza il prossimo 31 dicembre.
Non ultima spinta positiva, in ordine di importanza, proverrebbe dall’estensione della detrazione Irpef 75%/85% del prezzo di vendita di un immobile anche alle zone a rischio sismico 2 e 3, in modo tale da innescare una profonda riqualificazione degli edifici con interventi di demolizione e ricostruzione volti alla restituzione di case integralmente antisismiche.